40 giorni di riprese in 12 anni. Boyhood è un film lieve, minimale, equilibrato. Ma soprattutto sorprendente. Il regista Richard Linklater ha selezionato il cast nel 2002 fissando ogni anno un appuntamento che impegnava la produzione per pochi giorni, con l’intento di mostrare la crescita dei suoi personaggi senza trucchi o attori “improvvisamente” adulti. Protagonista è il piccolo Mason (Ellar Coltrane) che vive con la sorella Samantha (Lorelei Linklater) e la madre Olivia (Patricia Arquette), e vede periodicamente il padre Mason Sr (Ethan Hawke). Mason si trova ad affrontare le conseguenze dei vari traslochi, come perdere i vecchi amici e cambiare scuola, e a combattere i disagi delle problematiche convivenze con i diversi compagni di Olivia. Educato e coccolato da una madre giovane e determinata che si iscrive al college e fa carriera e da un padre-amicone affettuoso che riesce a intessere con entrambi i figli un legame forte e confidenziale, cresce fisicamente, e non solo, di fronte alla macchina da presa, inquadratura dopo inquadratura.

Il film non segue la strategia d’intrattenimento a cui ci ha abituati il cinema americano: non presenta gravi crisi drammatiche né picchi di qualsiasi genere. Boyhood cammina su una linea temporale ricca di riferimenti culturali, sociali e politici che hanno caratterizzato la nostra epoca; da Dragonball ed Harry Potter all’episodio delle torri gemelli, dalla guerra in Iraq a Bush, dalla candidatura di Obama all’esplosione dei social network. Echi di un presente continuamente in atto, storia viva che sfiora chiunque e che Linklater sceglie come sfondo per il suo film iperrealista.

Grazie ad una sceneggiatura incredibilmente verosimile e penetrante il regista fotografa la quotidianità muovendosi nell’infanzia e nell’adolescenza sino alla soglia dell’età adulta in dodici tappe. Ciò che, attraverso Mason, più intimamente fa avvicinare lo spettatore al proprio passato è il linguaggio tipico di ogni fase che Linklater ha la delicatezza di sfumare di anno in anno, incanalandoci silenziosamente nella tortuosa maturazione di una persona. Boyhood si concentra su frammenti di ordinarietà che nella loro interezza compongono un mosaico emozionante, familiare, e forse anche un po’ nostalgico. Per circa tre ore si è totalmente assorti nei tempi del racconto, catturati in un caleidoscopio di volti, case, luoghi, colori.

Un esperimento unico nel suo genere e decisamente ben riuscito, capace di condensare gli elementi peculiari e più profondi dei primi due decenni, il gioco e l’ingenuità delle elementari, la ribellione e i conflitti delle medie, il primo amore e le responsabilità delle superiori. 

Federica Margarella