Ad Hong Kong gli scontri tra manifestanti pro-democrazia ed autorità centrali proseguono senza sosta; Pechino non intende cedere alle richeste del movimento ed il movimento non interrompe le proteste, nonostante la dura repressione governativa. L’ultimo episodio di questa tormentata vicenda che va avanti da ottobre, si è conclusa con 40 arresti e circa 58 feriti, secondo quanto riportato dal South China Morning Post. Da una parte e dall’altra, l’offensiva è organizzata in maniera eccellente; l’ostruzionismo dei giovani pro democrazia, in grado di bloccare interi angoli della città e riunioni dei vertici governativi, e le astute tecniche delle autorità del territorio, capaci di annullare gli effetti delle proteste anche senza ricorrere alla violenza.

Gli studenti usano gli strumenti classici della lotta politica: barricate, occupazioni, sit-in. Leung Chun-ying, il leader dell’ex colonia britannica, dal canto suo invece promuove un’azione più discreta; non ci sono più i carri armati di Tienanmen 1989, niente manganelli, niente lacrimogeni, niente mafia. Gli strumenti prediletti per sgonfiare gli attivisti sono i tribunali: l’autorità giudiziaria a fine ottobre ha accolto la richiesta, da parte dei tassisti, di sgomberare il quartiere di Mong Kok, oggi ha invece autorizzato la rimozione delle barricate colorate dell’Admiralty District, in seguito alle sollecitazioni di un’azienda cinese di autobus, l’All China Express.

La strategia di Hong Kong è chiara: sfiaccare le proteste tramite l’ausilio di società non governative, al fine di dimostrare la mancanza di appoggio popolare da parte dei manifestanti, che appaiono così isolati. Questa volta però, i nuovi metodi si sarebbero dimostrati insufficienti, rendendo necessario il ritorno ai vecchi. La scorsa notte i poliziotti hanno disperso la folla che bloccava l’accesso agli uffici del governo, tramite l’ausilio di gas lacrimogeni al peperoncino e idranti.

Il segretario generale della Hong Kong Federation of Students, Alex Chows a riguardo ha dichiarato: “Abbiamo paralizzato i palazzi governativi, che hanno potuto lavorare solo mezza giornata, ma nel complesso è stato un fallimento. Ogni volta che occupiamo un posto arriva la polizia che ci fa sgombrare velocemente e usando la violenza

Diversa è la versione di Leung Chun-ying che ha invece affermato che l’atteggiamento tenuto finora dalla polizia è stato tollerante, ma che adesso, di fronte alle desistenze degli studenti, si giungerà ad un’azione “risolutiva”. Nel suo discorso dopo la notte di proteste ha dunque detto “Non vogliamo arrestare persone durante lo sgombero. Avranno la fedina penale sporca e le loro possibilità di studiare e lavorare all’estero saranno compromesse. Da oggi in poi, la polizia svolgerà il proprio dovere in modo risoluto. Chiedo agli studenti che stanno pensando di tornare stanotte nella zona occupata di non farlo“.

Nel frattempo il governo cinese ha impedito ad un gruppo di parlamentari britannici, appartenti alla Commissione Esteri della Camere dei Comuni, l’accesso ad Hong Kong. L’obiettivo di questi era quello di condurre un’inchiesta sulla situazione nella regione che fino al 1997, era stato un forte centro di interessi per la Corona.

La Cina ha motivato la negazione del visto, qualificando l’azione dei parlamentari come un atto apertamente ostile, un’intromissione negli affari interni. Assieme alla decisione il governo di Pechino ha inoltre lanciato un avvertimento alla Gran Bretagna: se le interfernze non avranno fine, i rapporti tra le due potenze potrebbero essere compromessi.

Antonio Sciuto