Il panorama artistico italiano, da diversi anni a questa parte, lamenta di essere piuttosto sterile in materia di fenomeni genuinamente innovativi. Spesso gli astri nascenti, dovendo fare i conti con barriere istituzionali, politiche o creative troppo alte da sormontare, si rivelano delle evanescenti comete, e l’idea di un successo stabile non travalica i limiti della pura utopia. Esiste però un fenomeno artistico del tutto nuovo che, negli ultimi tempi, si è affermato con decisione nel nostro paese: Matteo Salvini.

Queste poche righe introduttive parrebbero essere il preludio a un delirio tout court: può l’ossessione populista e xenofoba di Salvini aver davvero ereditato qualcosa dall’arte concettuale? La risposta è si, ovviamente non da un punto di vista contenutistico, quanto più sul piano della metodologia di diffusione e fruizione.

L’arte concettuale è nata circa cinque o sei anni prima che Matteo Salvini, ahinoi, venisse al mondo. Nel giugno del 1967, la rivista Artforum pubblicò i Paragraphs on Conceptual Art di Sol LeWitt, e nel 1969 il saggio Art after Philosophy di Joseph Kosuth tracciò nel passaggio da apparenza a concezione operato da Duchamp, la genesi della concettualità.

Nel 2014, un analogo passaggio dal secessionismo regionalista all’unitarismo nazionale ha portato alla riscossa di quella che molti interpretano come una Lega Nord 2.0; l’ennesima ventata di freschezza e novità di un panorama politico italiano che, dall’inizio della Seconda repubblica, non cessa di proporci un nugolo di mostri tragicomici e coloriti da “sbattere in prima pagina”.

“Freschezza e novità”: you fool!
È fin troppo semplice, per il primo rettile strisciante di turno, farsi sparare i riflettori sul dorso sibilando in pompa magna (mi perdonerete l’ossimoro) qualcosa del tipo “guardate come cambio muta”. Così facendo, sbandierando il fatto di essere pur sempre Lega, ma un po’ meno Nord, ecco che la memoria di quasi vent’anni di disastrosa maggioranza svanisce come per incanto.

In Italia, si sa, soffriamo da sempre di sindrome da memoria corta; ma esiste un altro potente virus, ancor più difficilmente debellabile, che risponde alla dicitura “analfabetismo funzionale“.
Un articolo pubblicato su Wired l’aprile scorso fornisce una brillante e sintetica spiegazione del fenomeno:

Un analfabeta funzionale, apparentemente, non deve chiedere aiuto a nessuno […] Un analfabeta funzionale, però, anche se apparentemente autonomo, non capisce i termini di una polizza assicurativa, non comprende il senso di un articolo pubblicato su un quotidiano, non è capace di riassumere e di appassionarsi ad un testo scritto, non è in grado di interpretare un grafico. Non è capace, quindi, di leggere e comprendere la società complessa nella quale si trova a vivere.

Voilà: ecco tracciato, in tre righe, il perfetto ritratto dell’elettore leghista medio. Ed ecco spiegato come una larga fetta di italiani sia incapace di scorgere in questa nuova Lega dinamica e moderna una reiterazione seriale non solo delle fregnacce populiste della “vecchia” Lega, ma anche, e soprattutto, della demagogia a sfondo xenofobo che ha storicamente investito l’Europa durante ogni suo periodo di recessione ed austerity.

Un riaffermarsi di fenomeni analoghi. Una tautologia. Vale a dire uno dei principi cardine sui quali l’arte concettuale si è sviluppata.
Alla fine degli anni ’60, la ricerca di un mezzo tanto autonomo quanto sperimentale con cui solcare il già vasto oceano dell’anti-figurativismo, ha portato l’arte ad approdare su un terreno segnato dalla centralità dell’autoreferenzialità e dell’autodefinizione linguistica.
Oltre a questo, un’altra idea coabita lo statuto costitutivo della concettualità dei tardi anni ’60: l’importanza del sistema di distribuzione.

L’ormai consolidato superamento del supporto bidimensionale ha condotto i protagonisti dell’arte concettuale ad adottare come mezzo espressivo svariati strumenti, dando una forma sempre più inafferrabile all’oggetto artistico modernista.
La riflessione ruota attorno ad un’idea in particolare: se l’oggetto modernista tende ad essere autoreferenziale con l’intento di affermare (in maniera onanistica) la sua autonomia estetica, perché non rendere letteralmente e linguisticamente manifesta questa autoreferenzialità tramite nuove forme di distribuzione?
E così si procede: Fluxus con le scatole e i fogli illustrativi, Kosuth col supporto fotografico e i dizionari, Kawara coi calendari, Weiner con la pittura a parete, Ruscha con i libri, Salvini con le felpe.

L’estremo riduttivismo estetico perseguito dal Segretario del Carroccio (tanto estremo da guadagnarsi l’etichetta di “look da esodato” affibbiatagli da Vittorio Feltri) propone, in sintesi, la forma di distribuzione nuova (l’outfit come veicolo contenutistico) di un messaggio tautologicamente trito e qualunquista.
Ma Salvini, si sa, è un leader carismatico e ambizioso, e dunque, non si è di certo limitato a sondare il terreno della conceptual art anni ’60.
Le sue felpe non si fermano, infatti, all’autoaffermazione ridondante dell’infausto luogo di turno in cui racimolare consensi (Milano, Emilia, Roma addirittura!), ma ospitano alcuni degli slogan leghisti più in voga (“Stop invasione”, “Basta Euro”), che ereditano la lezione della serie Truisms inaugurata da Jenny Holzer nel 1977.
Così facendo il genio artistico di Salvini si proietta ben oltre l’operazione tautologica, introducendo un modello performativo che induce all’atto pratico della lettura, scavalcando il modello della semplice fruizione visiva, e trasformando lo spettatore-elettore in un lettore; perché, diciamocelo, il massimo della lettura a cui può dedicarsi un elettore della Lega sono proprio le felpe di Salvini.

Il discorso sta in piedi, purtroppo o per fortuna, perché, da circa un centinaio d’anni a questa parte, la ridondante litania della commistione tra arte e vita permea l’essenza di ogni fenomeno artistico; e per questo mi sembra doveroso ringraziare Marcel Duchamp, il cui lascito legittima la buona dose di ironia con la quale, chi sa come, abbiamo ancora la forza di affrontare i drammi che affliggono questo mai redento paese.
E i cari “amici” leghisti non se la prendano per un po’ di satira. Tanto lo sappiamo che anche Landini va in tv con le felpe della FIOM.
Tombini di ghisa!

Cristiano Capuano