Benvenuti ad un nuovo numero di History in Making. Questo articolo sarà incentrato su uno dei temi più studiati dell’età moderna: la corte.

Essa è stata lo studio di un importante saggio del sociologo tedesco Norbert Elias intitolato, appunto, “La società di corte”, incentrata soprattutto sulla corte di Versailles ai tempi di Luigi XIV. Perché parlarne? Perché, nonostante i tempi siano comunque profondamente cambiati, alcune meccaniche della corte francese si ripropongono nella società borghese contemporanea. Attraverso la corte possiamo comprendere perché e in quali modalità l’immagine può essere considerata uno strumento di potere.

Al centro della corte di Luigi XIV vi era l’etiquette, l’etichetta. Ogni azione dei nobili francesi che gravitavano intorno al palazzo di Versailles dipendeva dalla reazione che suscitava negli altri: la società di corte francese era un micro-cosmo gerarchico, in cui ogni membro doveva mostrarsi, con determinate azioni, superiore o inferiore rispetto agli altri nobili situati sopra o sotto di lui nella scala sociale.

Il primo esempio che fa Elias, che dimostra anche l’importanza dell’apparenza, è l’abitazione: ogni nobile doveva costruire la propria abitazione in modo che fosse più o meno sfarzosa rispetto ai nobili più o meno importanti di lui. Ciò significava che il re, ad esempio, doveva inevitabilmente avere la dimora più sfarzosa di un duca, ma la dimora di quest’ultimo doveva superare in sfarzo quella di un conte.

In una società nella quale ogni forma appartenente ad un individuo ha un suo valore sociale di rappresentanza, le spese di prestigio e di rappresentanza degli strati superiori costituiscono una necessità alla quale nessuno può sottrarsi: sono uno strumento indispensabile di affermazione sociale, in particolare se una concorrenza incessante per assicurarsi ciance di status e di prestigio non dà respiro ai suoi membri. Un duca deve farsi costruire una casa tale da far capire immediatamente che è un duca e non un conte, e questo vale per tutto il suo modo di presentarsi. Deve badare che nei rapporti sociali ufficiali gli sia data la precedenza sul conte.”

I nobili, per soddisfare le spese richieste dal loro ruolo, potevano anche essere costretti ad andare in rovina. A differenza della classe mercantile, gli aristocratici non si interessavano al risparmio, ma erano pronti a spendere fino all’ultima moneta per i loro obblighi.

Il commerciante per salvaguardare la sua esistenza sociale deve commisurare le spese alle entrate; il grand seigneur dell’ancien regime deve commisurare le spese alle esigenze del suo rango. […] L’antinomia di questa nobiltà di corte consiste nel fatto che le spese (ma non sempre le entrate) obbediscono agli obblighi di rappresentanza dettati dal rango e dalla società)

Ma ancora più significativo è il rituale del “lever”, vale a dire del risveglio del re. A turno, i vari membri della corte entravano nella camera di Luigi XIV, seguendo un ordine che rispecchiava la gerarchia sociale vigente nella corte. Entrare prima o dopo rispetto ad un altro nobile significava avere più o meno prestigio. Ogni modificazione dell’ordine gerarchico si trasformava, automaticamente, in variazione dell’etichetta.

Tale rispetto ossequioso per l’etichetta, che a noi contemporanei può sembrare stupido, in realtà rappresentava un modo per manifestare e conservare la propria posizione sociale nella gerarchia di corte. Essere irrispettosi dell’etiquette significava perdere prestigio e, quindi, potere.

L’etichetta così praticata era una auto proiezione della società di corte: li prestigio e la relativa posizione di potere di ciascun individuo, e innanzi tutto del re, venivano testimoniati dagli altri. L’opinione sociale, che formava il prestigio del singolo,veniva espressa secondo regole precise dal comportamento degli uni verso gli altri nell’ambito di un’azione comune

La società di corte francese rappresenta sicuramente un caso limite, ma le sue meccaniche si ripropongono anche oggi. L’espressione status symbol indica, appunto, un determinato oggetto posseduto da parte di un membro di una classe elitaria per rappresentare la sua posizione nella gerarchia sociale contemporanea. Elias usa, nella sua opera, un’espressione diversa per esprimere lo stesso concetto: feticcio del prestigio.

“[…] Esso diventava un feticcio del prestigio: serviva cioè a indicare la posizione del singolo individuo nell’equilibrio di potere tra i vari cortigiani, equilibrio che era regolato dal re ed era estremamente labile. Il lavoro d’uso, l’utilità immediata insiti in ciascuno di questi gesti erano più o meno in secondo piano, o quanto meno piuttosto insignificanti. Ciò che a quegli atti conferiva ala loro grande, grave e determinante importanza era esclusivamente il valore che essi conferivano  quei membri della società di corte che vi prendevano parte, la relativa posizione di potere, il rango e la dignità che esprimevano

Che significa tutto ciò, tradotto nella società occidentale contemporanea? Un Iphone o un vestito di marca non ha valore in sé, ma per ciò che rappresenta, è un simbolo del ruolo sociale di chi lo possiede, che, tramite il suo possesso, indica agli altri membri della società di avere il denaro necessario per permettersi una spesa considerevole e, quindi, di appartenere ad una classe d’elite.

Ovviamente il cerimoniale di Versailles può apparire eccessivo ai nostri occhi: ma, in realtà, è ancora nel dna di noi occidentali, purtroppo.

Davide Esposito

BIBLIOGRAFIA

Elias, N., La società di corte, Il Mulino, Bologna 1980

Elias, N., Il processo di civilizzazione, Il Mulino, Bologna 1988

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