Sabato pomeriggio a TV Talk, programma prodotto da Rai Cultura (fu Rai Edu, fu Rai Educational) e trasmesso da Rai 3, tra i tanti argomenti discussi -nella trasmissione partecipano anche studenti e laureati in Scienze della Comunicazione- si è parlato delle violenze e dei disordini razziali a Ferguson, dei quali Libero Pensiero ha dato notizia a più riprese.

In particolare, due sono stati i punti chiave del discorso: l’operato dei network mediatici statunitensi, che hanno contribuito ad infiammare un clima già esasperato; il fatto che nei 50 anni trascorsi da Martin Luther King e Malcolm X gli Stati Uniti abbiano vissuto (come del resto tutto l’Occidente) un periodo di sviluppo tecnologico tale da portare gli uomini nello spazio e le videochiamate e la diffusione di notizie e informazioni dal bagno di casa propria a località remote dell’Asia, dell’Africa e del Sudamerica, addirittura dell’Antartide, ma che a questo progresso tecnologico tanto veloce non si siano accompagnati cambiamenti altrettanto incisivi e rapidi nella mentalità degli americani.

sergente maggiore hartman full metal jacketÈ vero, la cultura statunitense vista da lontano è terribile. Quello che noi dall’Italia percepiamo è un’esaltazione senza pari della violenza e della diffidenza. Penso alla classica scena dell’inseguimento dei criminali fuggiaschi sulla highway, inseguiti da un numero imprecisato di volanti e prontamente trasmessi in diretta dagli elicotteri delle emittenti televisivi. Oppure le frasi non certo gentili del Sergente Maggiore Hartman in Full Metal Jacket, tra le quali cito il geniale paradosso «Io sono un duro, però sono giusto: qui non si fanno distinzioni razziali, qui si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani o messicani! Qui vige l’eguaglianza: non conta un cazzo nessuno!», una perla di Kubrick: e come dimenticare poi il soldato Biancaneve («Be’, c’è una cosa che non ti piacerà, soldato Biancaneve: non si serve il piatto negro nazionale né il pollo fritto e né il cocomero alla mia mensa!»)?

Una violenza resa celebre neanche una decina di anni prima in Apocalypse Now di Francis Ford apocalypse now mekongCoppola: per citare un episodio emblematico è sufficiente l’attacco con napalm ed elicotteri accompagnato dal Walkürenritt di Wagner sul villaggio popolato di “Charlie” al solo fine di surfare sul fiume Mekong; la violenza che durante il viaggio di Willard si fa sempre più cupa e folle è la stessa descritta da Joseph Conrad nel romanzo Cuore di tenebra, sul quale la sceneggiatura è del resto basata, che però si svolge nel Congo belga dell’Ottocento.

In tempi più recenti, ed è solo il 2008, come ci si può dimenticare di Gran Torino di Clint Eastwood? Qui il protagonista è un anziano reduce della guerra di Corea, combattuta negli anni Cinquanta, e che per uno strano contrappasso vive in una zona popolata in gran parte dai “fottuti musi gialli”, che mal tollera da quei tempi. Scopre però di trovare i vclint eastwood gran torinoalori nei quali crede più nella famiglia Hmong vicina di casa che nella propria.

Come non citare poi il Muro di Tijuana, il vallo sul confine tra Stati Uniti e Messico, del quale già mi sono occupato parlando dei vari muri di separazione in giro per il mondo?

Nella timeline americana dei tre film, quello che non cambia dagli anni Cinquanta ai giorni nostri, il minimo comune denominatore, è l’odio verso il diverso, lo straniero, il nero, l’asiatico, il messicano, da parte della popolazione bianca degli Stati Uniti. Gli USA, in questo senso, sono fantastici: una nazione con il 62.6% di bianchi non ispanici (i “caucasici”, cioè anglosassoni, italiani, germanici, russi, polacchi, francesi…), che ha lottato contro il nemico “ariano” facendone la propria bandiera, che è intimamente non meno nazista del Terzo Reich.

Cosa hanno poi creato gli statunitensi, al fine di ripulire la propria coscienza in superficie, esattamente come le facciate in trompe-l’œil di alcuni palazzi in rovina? Il politically correct. In tal modo la coscienza di un benpensante è salvata, perché sarà anche vero che un “handicappato” non si offenderà se lo chiami “diversamente abile”, ma il succo è che la propria condizione non cambierà. Svantaggiato era prima, svantaggiato rimane, e la discriminazione persiste e persisterà sempre, anche se un gruppo di “negroes” diventerà una comunità di “African Americans”, senza le adeguate politiche sarà impossibile migliorare le loro condizioni di vita e garantire loro gli stessi diritti della maggioranza bianca euro-americana.

Simone Moricca
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