Il terremoto che scuote Roma non accenna a fermarsi, il castello di carte è stato fortemente minato alle basi dallo scrupoloso lavoro dei magistrati, ogni ora, ogni giorni si fanno più nomi, più perquisizioni, più arresti la scure della giustizia distrugge tutto e sembra non conoscere partito, agli occhi dei colpevoli è la notte dei lunghi coltelli, per i comuni cittadini è Mafia Capitale.

Nel carcere di Regina Coeli sono iniziati gli interrogatori di garanzia per 14 delle 37 persone arrestate, intanto i sequestri continuano e non comprendono solo quote societarie, ma molte attività private quali pizzerie, ristoranti e bar riconducibili agli indagati; oggi Roma si è svegliata con una percentuale non indifferente della propria città sotto sequestro per un valore totale, al momento, di 204 milioni di euro.

A fare scalpore non sono neanche le smart, le moto e i terreni sequestrati soprattutto nell’hinterland, ma l’effetto domino che gli arresti hanno procurato, una sequela ininterrotta di dimissioni in ogni angolo dell’amministrazione romana e da ogni partito, infatti nonostante l’ariete della giustizia stia sfondando la rocca dell’ex giunta di Gianni Alemanno, non sono immuni da tali effetti gli esponenti PD come Mirko Coratti e Daniele Ozzimo, rispettivamente presidente dell’assemblea capitolina e assessore alla Casa ora alle dimissioni.

Contro tale cancro che affligge la politica romana, la cura chemioterapica della giustizia non è l’unica prospettiva avanzata; difatti nella puntata di Bersaglio mobile di Enrico Mentana, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha fatto sapere che nei confronti del PD romano sarà applicato il commissariamento designando in funzione di responsabile plenipotenziario il  presidente dell’assemblea Democratica Matteo Orfini.

“Il PD non aspetta” così tuona Renzi alla fine del suo discorso dando l’impressione di poter cavalcare l’onda di Mafia Capitale e non subirla, una mossa questa certo che può spiazzare i molti, abituati all’omertà partitica nei confronti di propri esponenti inquisiti, ma che può delinearsi anche come espressione di una certa debolezza, più che di forza, un tentativo tardivo di dire la propria e di partecipare al tavolo della vicenda in una posizione meno scomoda; certamente è indubbio che nell’essere stati i primi a dare l’esempio si crei una situazione in cui i democratici possano mettere in tutta calma  l’inevitabile pezza mediatica verso cui invece gli altri partiti dovranno annaspare.

Dario Salvatore