La settimana prossima al Teatro Bellini va in scena Il Flauto magico secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio (qui tutte le info), una creazione dell’eclettico ensemble nato nella Roma multietnica dell’Esquilino. Lo spettacolo festeggia con una intensa tournée le raggiunte centocinquanta repliche; eppure non sono lontani tempi in cui, nel 2007, Daniele Abbado proponeva, per la notte bianca di Reggio Emilia, la rivisitazione in chiave contemporanea della fiaba mozartiana. Da allora l’opera ha ottenuto grande risonanza per il suo alto valore di serena riflessione sulla diversità, fino a dar mostra di avere tutti i connotati educativi per poter essere, nel Cortile del Quirinale, eseguita al fine di inaugurare, lo scorso 22 settembre, il corrente anno scolastico.

Il Flauto Magico secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio è il punto di arrivo, dagli esiti felici, del progetto OPV, che fa della diversità il suo punto di forza. Ciascun musicista, che può essere un trombonista italiano tanto quanto un percussionista senegalese, sotto la coordinazione di Mario Tronco, veterano – con la piccola orchestra Avion Travel – del buon pop italiano, offre all’ensemble il contributo che viene dal proprio personale retroterra culturale, convogliando il proprio passato e la propria storia in una realtà senza confini geografici e musicali.

Il progetto ci sembrava folle, poi abbiamo deciso di svilupparlo come se l’opera di Mozart fosse una favola musicale tramandata in forma orale e giunta in modi diversi a ciascuno dei nostri musicisti. Come accade ogni volta che una storia viene trasmessa di bocca in bocca, le vicende e i personaggi si sono trasformati, e anche la musica si è allontanata dall’originale.

Il Flauto Magico secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio vuole trasmettere agli spettatori un messaggio di educazione alla fratellanza tra le culture, in controtendenza con i miopi campanilismi sempre alle porte. Il rapporto con il Singspiel settecentesco passa così prima di tutto per una comunanza di obiettivi –  educativi, ma senza la pesantezza del didatta – oltre che per un’affinità musicale.

Die Zauberflöte fu l’estremo desiderio, di un Mozart prossimo alla prematura scomparsa, di mostrare il cammino verso la virtù che sconfigge il male. Vuoi per la destinazione dell’opera, disallineata con la tradizione operistica d’alto rango, vuoi per un anelito alla comunicazione immediata, all’occorrenza il Singspiel attingeva con la disinvoltura della maturità artistica a tutte le esperienze musicali europee di quegli anni, finanche alle melodie che si canticchiavano per le strade della Vienna del 1791.

Allo stesso modo l’OPV presenta un’idea eterogenea, che attinge contemporaneamente al folk d’ogni specie, al classico come al jazz e al rock, ma che è allo stesso tempo conchiusa in se stessa e ben proiettata a diffondere un messaggio tanto lineare quanto profondo. La voce entusiasta di Omar Lopez Valle ci accompagna attraverso i personaggi senza tempo né luogo – ovvero da tutte le parti e in ogni epoca – le cui personalità artistiche e spirituali hanno qualcosa in comune con gli alter ego mozartiani. Così ad esempio l’esuberanza del batterista cubano Ernesto Lopez Maturell si trasforma nell’eroica tenacia di Tamino oppure l’atteggiamento meditativo e sciamanico del flautista andino Carlos Paz diventa la solenne levatura mistica di Sarastro.

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La storia si frammenta in mille storie e ciascun personaggio offre allo spettatore un punto di vista intimo, con il risultato che, alla fine, sono i tanti volti della vicenda a fare la vera fiaba, che vive e si alimenta, con l’occhio spontaneo quanto sorprendente di un bambino, di divergenza e complessità: Mozart avrebbe sicuramente apprezzato.

Antonio Somma