Tassi di interesse invariati e rinvio q.e.

Il consiglio della Bce si è riunito a Francoforte e non è andato oltre le aspettative degli analisti di mercato. Infatti ha lasciato fissi i tassi al minimo storico dello 0,05% ed ha rinviato il quantitative easing (q.e.), ossia l’acquisto diretto di acquisto diretto di titoli di Stato. Alle domande sulla tempistica dell’acquisto Draghi ha dichiarato “Non occorre il voto unanime“. Visti gli scontri nelle segrete stanze, qualche giornalista ha sollevato addirittura dubbi sulla legalità della misura e l’ex numero uno di Bankitalia ha risposto “Le pare che io e i miei colleghi saremmo qui a perder tempo per promuovere misure vietate?”. Queste dichiarazioni rendono bene l’idea del clima di tensione che si respira all’interno dell’Eurotower e spesso sono citate le previsioni economiche negative proprio per generare un senso di urgenza che costringa all’intervento attraverso l’utilizzo di “misure non convenzionali”. Le quali sembrano rinviate a gennaio, alla relazione sul primo trimestre 2015 nonostante il calo delle stime di crescita del 20%: dato che terrorizzerebbe qualsiasi impresa ma lascia tranquilli i banchieri tedeschi.

I risultati della politica Bce 

I risultati della politica monetaria di Francoforte sicuramente non hanno raggiunto l’obiettivo prefissato, ossia allargare la base monetaria per aumentare l’inflazione, facilitare l’erogazione di prestiti all’economia reale e rilanciare così produzione e consumi. Date queste premesse, i risultati sono stati dei veri e propri flop a partire dai T-Ltro, ossia prestiti concessi alle banche periferiche in proporzione al credito che erogano all’economia reale. Nella prima asta ne furono messi a disposizione 200 miliardi e richiesti solo 82, mentre a dicembre saranno offerti per 318 miliardi ma gli analisti prevedono altri riscontri negativi. Ad ottobre, invece, sono state acquistate obbligazioni bancarie coperte da mutui (covered bond) per 4,6 miliardi: una cifra esigua rispetto all’allargamento della base monetaria di 1000 miliardi desiderato. Il 22 novembre, invece, erano stati acquistati i titoli cartolarizzati, detti Assed backed securities (Abs): i derivati che hanno portato alla crisi del 2008, per intenderci.

Le risposte dei mercati

Appena i mercati hanno recepito la notizia la borsa di Milano ha iniziato una corsa a ribasso chiudendo con una perdita del 2,7% rispetto al +2,21% registrato dopo l’annuncio di q.e. della Bance Centrale Europea il 22 novembre dello scorso mese. Il cambio euro-dollaro, dopo le parole di Draghi, è schizzato sopra all’1,24 dopo il minimo storico degli ultimi 30 mesi di 1,23 conseguenza di dati poco confortanti come:

– stime di crescita riviste al ribasso. Quest’anno Eurolandia  crescerà solo dello 0,8% (rispetto all’1% previsto a giugno e allo 0,9% annunciato a settembre), dell’1% nel 2015 (rispetto alle previsioni di 1,7% ed 1,6%) dell’1,5% nel 2016 (rispetto a 1,9% e 1,8%);

– previsioni per l’inflazione in calo. L’indice inflattivo quest’anno segnerà un esiguo +0,5% (rispetto allo 0,8%/0,9% stimati), +0,7% nel 2015, +1,3% nel 2016, quindi siamo più vicini allo 0 che al +1% annunciato qualche mese fa rendendo lampante la fase di stallo in cui ci troviamo, vicina alla deflazione più che alla crescita;

– collasso del prezzo del greggio. Secondo Mario Draghi “Il petrolio ha registrato un crollo del prezzo del 30% in euro”, poi aggiunge “I nostri analisti valuteranno l’andamento del prezzo del petrolio, il suo impatto su prodotti e servizi, quindi sui salari”.

L’opposizione tedesca

Ciò che più stupisce è l’opposizione della bundesbank attraverso i moniti del componente dell’esecutivo Bce, Sabine Lautenschlaeger, e del numero uno Jens Weidmann, visto che le revisioni a ribasso dei dati economici europei sono dovute proprio al tracollo delle economie più forti: Italia, Germania e Francia. Nonostante i Tedeschi abbiano un’inflazione che li rende competitivi sui mercati internazionali e sono gli unici con un export più forte del nsotro, le loro esportazioni sono in rapida flessione, il loro ritmo di crescita in calo e, ben presto, saranno superati dall’economia inglese. I dati italiani non sono rassicuranti e quelli francesi non promettono bene visto che il rapporto deficit-pil sfora il 3% generando scarsa fiducia dai mercati.

In virtù della bassa inflazione prevista, il numero uno Bce ha dichiarato “Non tollereremo una deviazione dell’inflazione da quella necessaria per la stabilità monetaria”, ossia vicina ma inferiore al 2%: sembra il titolo di un film “Draghi contro tutti” o di una partita di calcio “Italia-Germania”, anche se gli interessi in questo caso non sono solo Italiani.

Ferdinando Paciolla