Sono sicuro che il tempo di Britten non è ancora venuto; la sua grandezza non è stata ancora realizzata a pieno dal mondo. Ma il suo tempo verrà, come quello di Mahler e di Shostakovič prima di lui.

A dire queste parole fu Mstislav Rostropovič, che qualcuno forse non avvezzo ai nomi della musica che si dice classica scoprirà di conoscere: era quel violoncellista che, di fronte al muro di Berlino prossimo all’abbattimento, avrebbe eseguito le suite di Bach, celebrando la fine imminente di una divisione dolorosa del mondo e, per sé, la fine di un esilio durato sedici anni.

Grande amico del compositore, si racconta che, dopo aver suonato con quello la Sonata Arpeggione di Schubert, registrata nel Luglio del 1961, non avrebbe mai più voluto farlo con nessun altro. Quando, sette anni fa, in punto di morte, per consolarlo – e consolarsi – i familiari gli fecero ascoltare le varie musiche della sua vita, su quell’esecuzione dell’Arpeggione, Rostropovič, già quasi privo di conoscenza, pur versò qualche lacrima di gioia nostalgica.

Benjamin Britten si spegneva il 4 dicembre del 1976 ad Aldeburgh, nella contea del Suffolk, da cui, caso strano nella cosmopolita Europa del secondo dopoguerra, non si era mai spostato che di rado. Tale dovette parere il suo provincialismo, nel 1960, che quando Shostakovič, al termine di un concerto a Londra, si offrì a Rostropovič di presentarglielo, il violoncellista dapprima si mise a ridere. Di quello è probabile che conoscesse solo le già celebri Variazioni e Fuga su un tema di Purcell (che anni dopo avrebbe persino diretto); il passaggio da questo a crederne un isolano, epigono di quell’ingombrante monumento della letteratura musicale inglese che è Purcell, dovette essere immediato nel giudizio un po’ superficiale del violoncellista. Bastarono pochi minuti di conversazione perché si convincesse che Britten avrebbe scritto qualcosa per lui. Il risultato furono la Sonata per Violoncello e Pianoforte e una fertilissima schiera di altri capolavori.

Con lui, molti altri musicisti del tempo compresero la profondità del lavoro di Britten, forse in una misura che nemmeno lui stesso afferrava. Né si aspettava, un giorno, di ricevere tanto interesse, né lo desiderava.

Voglio che la mia musica sia utile alle persone, che dia loro piacere, che “migliori le loro vite”. Non scrivo per la posterità… Io scrivo musica, ora, ad Aldeburgh, per le persone che ci vivono, e certo anche più lontano, per chiunque desideri eseguirla o ascoltarla.

Il suo catalogo è stracolmo di musica d’occasione. Invece che calare le sue opere come dall’alto di un pulpito, Britten amava circondarsi di coloro che avrebbero eseguito le sue musiche, primo fra tutti il suo compagno di una vita Peter Pears, che fu tenore in ognuno dei ruoli creati dal musicista, tagliando ogni creazione proprio sullo strumentista o il cantante con cui si trovava ad avere a che fare. Perennemente con le mani nella pasta del fare musica nel senso più concreto, amava oltretutto il concetto di educazione e amava i bambini, in un modo che molti malfidati hanno insinuato essere oscuro. In effetti non esiste alcuna concretezza rispetto a questa ipotesi, laddove invece è tanta la musica dedicata ai bambini, la loro educazione e il loro divertimento, prima fra tutte proprio le Variazioni su un tema di Purcell, scritte nel 1946 per conto della BBC e che sono, oggi come allora, un veicolo privilegiato per l’insegnamento ai giovani della struttura e dei timbri di un’orchestra sinfonica.

La sua poetica lo rende una relativa eccezione rispetto alle tendenze imperanti in Europa, in fatto di repertorio cólto. La sua condizione di isolamento, vuoi per la sua provenienza un po’ provinciale rispetto ai tradizionali centri di propulsione musicale continentali, lo tenne apparentemente lontano dalle nuove cose tedesche, italiane e francesi; fu però la sua grandissima sensibilità artistica a consentirgli di trattare con una freschezza originalissima materiali piuttosto tradizionali, tanto da renderlo un indiscutibile modello per le generazioni successive, fino ad oggi.

Foto di Anna McCarthy

Passate le fiamme dell’avanguardia, si può dire che, come profetizzato dal suo grande amico violoncellista, il suo tempo sia arrivato – tranne che, forse, in Italia. Il centenario della sua nascita è stato celebrato in patria – e non solo – come una festa nazionale, essendo Britten ritenuto un enorme monumento della musica britannica, unico compositore ad essere insignito dalla corona della dignità di Barone. Se persino la Russia non ha potuto esimersi dal celebrarlo, malgrado la sua omosessualità, per festeggiarlo è stata organizzata una esecuzione worldwide della sua raccolta didattica Friday afternoons, cantata da migliaia di bambini in tutto il mondo: come era giusto, per un così scrupoloso e sensibile maestro, rendergli onore.

Antonio Somma

In evidenza: Britten e Rostropovič si abbracciano nella casa di Aldeburgh, nel 1961. Foto di Erich Auerbach/Getty