Le ingiustizie restano ingiustizie anche quando non le vediamo, o peggio, quando fingiamo di non vederle, o ancora peggio, quando decidiamo consapevolmente di farle avvenire lontano da noi, con la notoriamente falsa convinzione d’aver fatto il possibile.

Ecco cosa sta accadendo. Il fallimento internazionale. Se le ingiustizie non sono sotto i nostri occhi, semplicemente non esistono. E le urla di disperazione, in lontananza, diventano dolci cantilene per addormentare ogni senso di colpa.

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Come si combatte il traffico e il contrabbando di esseri umani in Europa? Con il processo Khartoum. Il 28 Novembre si è svolta, a Roma, una conferenza ministeriale, presieduta da Paolo Gentiloni (Ministro degli Esteri) e Angelino Alfano (Ministro degli Interni). Tale conferenza ha portato all’adozione di una dichiarazione politica degli Stati che vi hanno partecipato. Oltre a 28 Stati membri dell’Unione Europea, Egitto, Eritrea, Etiopia, Gibuti, Kenya, Libia, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Tunisia, i Paesi da cui hanno origine gran parte dei flussi migratori verso l’Europa.

Ma di che governi stiamo parlando? L’Eritrea è una dittatura vera e propria, con ferreo controllo dell’informazione e servizio militare illimitato, l’Egitto è considerato, da un rapporto della Freedom House, un paese non libero, il Sudan, governato da un signore accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. Insomma, si tratta di Paesi da cui fuggire, con cui, però, l’UE non ha problemi ad accordarsi, delegandogli la gestione dell’emigrazione verso il Mediterraneo, magari bloccando le partenze, intrappolando questi uomini, queste donne, questi bambini, nel deserto. Immobilizzati in campi profughi amministrati dagli stessi governi da cui stanno scappando.

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Si può morire per vivere?
Si può affidare all’oppressore il compito di aiutare gli oppressi?

Sundra Sorrentino