L’Italia è diventata l’El Dorado degli imprenditori stranieri. Hanno cominciato prima i cinesi e i francesi (clamorose sono state le acquisizione nel campo del lusso di Bulgari e Gucci e nell’alimentare con l’entrata in Parmalat di Lactalys) e i tedeschi non vogliono essere da meno.

L’ultimo acquisto è stato quello delle motociclette MV Agusta da parte di Porsche, che rappresenta l’ultima di una serie di 18 aziende italiane finite in mani tedesche nel solo 2014: la trevigiana Happy Fit acquisita dal leader europeo del fitness McFit e la bergamasca ClayPaky, campione indiscusso delle luci da grandi eventi passata al colosso Osram solo per citarne alcune. Eppure l’invasione tedesca non ha avuto lo stesso clamore mediatico di quella francese, questo perché è stata molto più subdola e lenta ma non meno efficace. Inizialmente, la Germania ha investito poco più di 6 miliardi di euro e si è soffermata esclusivamente su operazioni minori. Poi, dal 2010, ha deciso di cambiare strategia e di puntare sul cuore, sul fiore all’occhiello del Made In Italy, la piccola media impresa che fornisce ottimi prodotti tecnologici ai tedeschi stessi: la strategia sta anche nell’eliminare l’intermediazione della filiera stessa. Tutto questo è stato facilmente realizzabile da alcuni fattori, come il difficile accesso al credito che le imprese italiane hanno a differenza dei competitors tedeschi, tassi meno agevolati e partnership dove i rapporti di forza sono a vantaggio dei tedeschi.

In un momento di crisi come questo, in cui molte aziende di famiglia annaspano e fanno fatica a mandare avanti le loro attività, quando viene offerta una via d’uscita, non si tiene in considerazione la nazionalità dell’acquirente. Il monito al governo però è stato lanciato: se non si fa qualcosa per invertire questo processo, le aziende entreranno nel circuito estero e questo ci farà perdere fiscalità. Il prossimo passo i tedeschi lo compiranno nel 2015, all’Expo di Milano, dove il loro padiglione sarà uno dei più grandi dell’esposizione universale e potrebbe minare la ricca filiera agro-alimentante italiana.

Daniele Colantuono