L’Europa è stata il paravento di un’intera generazione politica, che ha difeso le sue scelte impopolari con un vero e proprio mantra: “ce lo chiede l’Europa”. Dietro lo scudo involontariamente fornito dall’Unione Europea si celano però prese di posizione che superano le stesse indicazioni comunitarie, posizioni tenute in virtù di una forte convinzione ideologica o di semplice convenienza politica. L’esempio più evidente di questo scaricabarile è il famigerato Fiscal Compact, che prevede l’ulteriore stretta in materia di bilancio ai già ristretti margini di manovra fiscale rappresentati dai parametri di Maastricht.

Cos’è concretamente il Fiscal Compact? Firmato nel marzo 2012 ed entrato in vigore nel gennaio del 2013, il Fiscal Compact è un trattato – formalmente chiamato “Trattato sulla Stabilità, sul Coordinamento e sulla Governance nell’Unione Economica e Monetaria” – che impegna le parti contraenti al rispetto di determinati vincoli fiscali e fissa dei target di riduzione del debito pubblico per chi sfora il rapporto tra debito e PIL del 60%. Le parti più controverse e discusse del trattato sono il limite al 3% del rapporto tra deficit e PIL e la riduzione annuale di almeno 1/20 del rapporto tra debito pubblico e PIL.

Il fatto che sia stato firmato in seno al Consiglio Europeo ha reso credibile all’opinione pubblica l’idea che la performance fiscale prevista dal trattato sia qualcosa che “ci chiede l’Europa”, quando in realtà non è affatto così. Al Consiglio Europeo partecipano i capi di Stato e di governo delle singole nazioni, che s’incontrano con il compito di formare l’indirizzo politico dell’Unione e per dare impulso all’integrazione comunitaria. Essendo nato come organo esterno alla Comunità e solo di recente (col Trattato di Lisbona) inserito nelle istituzioni dell’Europa unita, il Consiglio ha un ampio margine di manovra che rappresenta però una lama a doppio taglio: permette ai governi di dare all’Europa lo stimolo necessario per superare un’impasse politica o istituzionale, ma impedisce ogni tipo di controllo democratico e comunitario sulle decisioni prese.

È proprio quest’ambiguità del Consiglio che ha reso possibile la firma del Fiscal Compact: in un incontro dominato – come praticamente tutti gli altri dallo scoppio della crisi in poi – dall’ingombrante potere economico tedesco e dalla stabilità politica di Angela Merkel  sono stati i capi di Stato e di governo a decidere, approvare e firmare il trattato, non l’Europa. Sono stati i singoli Paesi a decidere di impegnarsi in un difficile e pesante processo di riforma fiscale e sociale, coadiuvati dai relativi parlamenti nazionali che ne hanno concesso la ratifica, non l’Unione Europea.

E poco importa se il Parlamento europeo si è espresso chiaramente contro il Trattato, perché la decisione del Consiglio di intraprendere la via del trattato internazionale invece ha permesso di bypassare qualsiasi forma di controllo europeo per rivolgersi direttamente a governi e parlamenti nazionali, che hanno poi rinnegato la loro complicità dichiarando che le manovre “ce le chiede l’Europa”. È così che Renzi può definire l’Europa “anacronistica” per il Fiscal Compact e Berlusconi può dichiarare – non del tutto a torto – che il Trattato è colpa di un’Europa succube degli interessi tedeschi, quando poco più di due anni fa i loro stessi partiti ne approvavano la ratifica.

Il Fiscal Compact è problematico e pone pesanti interrogativi sul futuro economico dell’Italia, ma è una truffa sostenere che “ce lo chiede l’Europa”.

Simone Esposito