L’8 dicembre del 1993, la firma del presidente americano Bill Clinton trasformava in legge il North American Free Trade Agreement (NAFTA), il trattato di libero scambio commerciale tra Messico, Canada e Stati Uniti che sarebbe entrato poi in vigore il 1° gennaio 1994.
Oggi, a distanza di più di vent’anni, comitati di tutta Europa hanno raccolto un milione di firme in soli due mesi al fine di bloccare e rinviare ulteriormente i negoziati sul TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), analogo trattato commerciale tra gli USA e l’Unione Europea.

Le parole chiave attorno a cui ruotano i discorsi sugli accordi di libero scambio, da neoliberismo a globalizzazione, sembrano rievocare i dibattiti che, negli anni ’90, confluirono nell’istituzionalizzazione mediatica del movimento no-global e che resero noti i rischi a cui l’esasperazione del libero mercato andava incontro.
L’esperienza ormai oggettivamente fallimentare del NAFTA non può non aver funto da metro di paragone per tutti i cittadini europei che hanno posto il proprio veto simbolico alla concretizzazione della partnership transatlantica con gli Stati Uniti; il caso emblematico, ben nitido agli occhi del mondo, è rappresentato dalla principale vittima delle politiche neoliberiste degli ultimi vent’anni: il Messico.

Parafrasando un reportage recentemente pubblicato da Luciana Castellina sul Manifesto, il Messico è il paese che ha fatto da cavia alla globalizzazione. Negli ultimi mesi, le attenzioni dell’opinione pubblica sono tornate a focalizzarsi sul Nafta e sulle politiche di libero scambio in seguito ai fatti di Iguala che hanno gettato il Messico nel caos. Il titolo della sessione finale del Tribunale Permanente dei Popoli andata in scena a Città del Messico dal 12 al 15 novembre è, infatti, inequivocabile: «Libero commercio, violenza, impunità e diritti umani dei popoli. Capitolo messicano».

Raúl Vera López, vescovo della Diocesi di Saltillo (Coahuila) e principale voce fuori dal coro della curia messicana, ha rilasciato pesanti dichiarazioni nei confronti di vent’anni di politica interna:
«C’è più che una buona ragione per accusare i presidenti del Messico, da Carlos Salinas de Gortari fino a Enrique Peña Nieto, di crimini contro l’umanità, genocidio, deviazione del potere. È in conseguenza del Nafta che è stato smantellato lo stato e si è criminalizzata l’economia. Vorrebbero che morissimo in silenzio come i lebbrosi, che il Messico fosse popolato da fantasmi e da schiavi, che vanno a estinguersi nelle caverne per far sparire i propri cadaveri».

Le reali proporzioni del dramma si evincono proprio dal fatto che parlare di economia criminalizzata in un paese in cui il 40% del PIL proviene dal narcotraffico risulta addirittura eufemistico. La convergenza delle attività dei Cartelli della droga è, infatti, ciò che tiene in piedi l’economia messicana, vista e considerata la totale svendita di qualunque altra risorsa su cui il paese contava prima che il “progresso” neoliberista lo investisse.

Simbolicamente, Carlos Salinas è l’uomo che ha consegnato il destino del Messico nelle mani della macchina economica statunitense. Dalla firma del Nafta in poi, la svalutazione sommaria dei prodotti e delle risorse economiche messicane non ha conosciuto freno, e si è concretizzata nella assoluta conquista americana del paese condotta in prima fila da aziende, franchising, corporations e quant’altro. Basti considerare la scelleratezza dell’importazione inflazionata in alcuni settori come quello agroalimentare: oggi il Messico importa circa dieci milioni di tonnellate di mais che, fino a pochi decenni fa, costituiva materia d’esportazione.

Il caso limite dello sfruttamento di risorse umane e naturali indotto dallo schiavismo neoliberista made in USA è rappresentato, indubbiamente, dalle maquiladoras. Si tratta di stabilimenti industriali spesso di proprietà statunitense in cui gli operai assemblano, con componenti importati a regime di esenzione fiscale, beni e prodotti destinati al primo mondo. Il fatto che i componenti provengano dal mercato estero e che i prodotti finali siano ad esso destinati, congiunto alla totale esenzione di imposte statali, fa in modo che l’economia messicana non sia minimamente sfiorata da questo processo, il quale presuppone unicamente lo sfruttamento della manodopera locale. Il fenomeno è tipico di alcune città e pueblos fronterizos; un caso tristemente noto alle cronache è quello di Ciudad Juárez, città in cui la barbara scia dei femminicidi ha colpito le donne operaie impiegate nelle maquiladoras.

Il Messico è un paese a tratti duro, che ci insegna come, in poco più di vent’anni, tonnellate di mais possano tramutarsi in tonnellate di cocaina e come, in poco meno di cento, i risultati della più grande rivoluzione contadina della storia possano essere sacrificati in nome della globalizzazione. Se, oggi, gli unici diritti di cui lo stato messicano si fa garante sono quelli degli investitori stranieri e delle privatizzazioni anziché quelli dei lavoratori, significa che stiamo assistendo al vero e proprio cesaricidio della Costituzione che, dal 5 febbraio del 1917, garantisce (o garantiva) libertà e tutele sociali alla popolazione.

Per i governi messicani degli ultimi vent’anni, il Nafta non ha comportato il volgere le spalle solo alla Rivoluzione, ma anche alla rete di cooperazione internazionale vigente tra gli altri paesi dell’America Latina. Il Messico, infatti, aderisce al progetto Mercosur/Mercosul (il mercato unico latinoamericano) solo in qualità di osservatore, mentre ignora del tutto l’ALBA (Alleanza bolivariana per le Americhe), promossa da Cuba e Venezuela in opposizione all’ALCA (Zona di libero scambio delle Americhe), proposta dagli Stati Uniti con l’intento di allargare la sfera di influenza già garantita dallo stesso Nafta.

L’opinione pubblica e la coscienza sociale dei messicani traccia nelle politiche dei free trade agreement le principali cause di regresso e degradazione dell’economia nazionale, tanto acute da interessare e colpire il popolo anche direttamente. Il fatto che il Tribunale permanente dei popoli abbia puntato il dito sul libero commercio nell’esaminare la crisi umanitaria di un paese che da quasi dieci anni è diventato un’enorme fossa comune è sintomatico di ciò, e funge da monito per il mondo intero, mostrando come le degenerazioni del libero scambio globale possano portare l’economia a fuoriuscire da banche e palazzi per trasformarsi in sequestri, omicidi, sfruttamento e violenze.

Cristiano Capuano