Dopo aver penetrato nei meandri dell’animo di Socrate, Eco&Narciso si propone di confrontare lo stoicismo classico in relazione ai tempi moderni, partendo da alcuni concetti di cui molti giovani discutono -e per certi aspetti, in maniera superflua- ma senza comunque toglierne una rilevanza di prim’ordine: indipendenza e libertà.

Ragazzi ed adulti, in tempi di crisi, ancora contemplano le cene preparate dalla mamma in attesa del sogno d’emancipazione familiare a sfondo economico. È interessante premettere che secondo delle legislazioni italiane, “i figli” sono tenuti ad essere tutelati nel rispettivo adattamento in casa fino al conseguimento di un impiego stabile; paradossale condizione che nel paese con  tassi di disoccupazione giovanile da record, decifra le nuove caratteristiche dell’uomo medio italiano.

Statua di Orazio

Come oggi, anche anticamente in ambito filosofico i termini indipendenza e libertà erano corrispettivi di stabilimento finanziario individuale –almeno per la componente maschile- e, ovviamente, perseguimento di uno stile di vita desiderato. Ma dato che abbiamo già citato Platone in merito al materialismo che non genera felicità, entreremo nello specifico di queste problematiche in sé, dando voce a Davo: lo schiavo rabbioso della settima satira Oraziana.

“Ti esponi a portare la forca al collo e a mettere nelle mani di un padrone furibondo tutti i tuoi averi, la vita, e, insieme al tuo corpo, la reputazione (..) Tu mi saresti padrone, tu che tante volte subisci un tanto gravoso dominio di uomini e cose? È evidente che tu, che mi stai a comandare, sei schiavo infelice di un altro, e sei mosso come una marionetta si muove, coi fili retti da un altro. Chi mai dunque è libero?”

Bella domanda: lo schiavo coinciso ci zittisce in una figuraccia perpetua da cui la storia dell’uomo trapela da sempre. Nel caso dei due interlocutori è facile rispondere che s’instaura un banale paradosso tra lo schiavo libero dalle voglie, e il padrone schiavo dei desideri; ma estendendo la domanda all’intero creato umano, chi mai dunque è libero?

Cari lettori, penso che la risposta a questa domanda si nasconda nello stoicismo che s’incalza in ogni argomentazione complicata, quando gli interrogativi sono così sterili di prove e arguti di spine pronte per graffiare. Generalizzare intorno a questi temi rende privo l’uomo di concedersi ampio spazio nella sfida alla ricerca di qualcosa. Ma chissà chi diceva che l’importante non è la strada che si percorre o l’arrivo a destinazione, quanto più il viaggio che si sceglie di percorrere e l’indumento che si ha addosso, con la pioggia o sotto il sole: una visione della libertà complementare e indipendente alle cose, che accoglie un solo vestiario ed è il nostro volto riflesso allo specchio.

Ebbene, l’indipendenza e la libertà per definizione ci riportano nella saggezza acuta dello schiavo arrogante, perché si può decidere di traslocare e scappare lontano da casa, alla ricerca della perpetua ed eterna e frenetica spensieratezza, ma è inutile se poi: “non sei capace di rimanere neppure un’ora solo con te stesso né mettere il tempo libero a frutto, che, schiavo fuggiasco e vagabondo, tu schivi te stesso, ora col vino, ora col sonno cercando di sfuggire all’inquietudine. Inutilmente: nera compagna, essa ti opprime e, se scappi, t’insegue.”  

Note: citazioni tratte da “Satire” di Orazio, satira 7 del libro ll

Alessandra Mincone