La CIA avrebbe commesso atti illegali di tortura sui sospetti terroristi dopo l’11 settembre. Questa agghiacciante conclusione arriva dal rapporto rilasciato oggi dalla commissione sull’Intelligence del Senato degli Stati Uniti. Il rapporto, la cui pubblicazione è stata lungamente ritardata, è basato su un indagine durata cinque anni e su più di sei milioni di documenti di tutte le agenzie statunitensi.
Ne è venuto fuori un atto di accusa radicale sul funzionamento della CIA e sul programma condotto dai suoi agenti nelle prigioni segrete dislocate in tutto il mondo dopo gli attacchi dell’11 settembre e la dichiarazione della “guerra al terrore” da parte dell’allora presidente repubblicano George W. Bush. Il rapporto, inoltre, racconta in tutti i macabri dettagli le tecniche usate dalla CIA per torturare ed imprigionare al di fuori di qualsiasi legalità i sospetti.

Il New York Times, che ha ricevuto il rapporto in anteprima insieme ad altri organi di informazione, riferisce che nel documento si parla di detenuti che avrebbero sofferto di privazioni del sonno lunghe anche una settimana, sotto la costante minaccia di essere uccisi da un momento all’altro, sarebbero stati sottoposti alla tortura conosciuta come “waterboarding, ovvero la “simulazione dell’annegamento” ottenuta versando un getto continuo d’acqua gelida sul volto coperto da un panno del detenuto. Inoltre sarebbero stati sottoposti anche a “idratazione ed alimentazione rettale”, giudicata dal NYT come «medicalmente inutile». Un semplice atto di umiliazione, insomma, compiuto sotto l’approvazione dal personale medico della CIA, secondo il rapporto.
Il NYT riporta anche che la tortura dei prigionieri sarebbe giunta a livelli così estremi da scioccare anche alcuni agenti, inducendoli a non voler continuare con essi; tuttavia in questi casi arrivava puntualmente dagli ufficiali superiori l’ordine di continuare.
Ma la conclusione più sconvolgente è che questi metodi si sarebbero rivelati sostanzialmente inutili. Il rapporto ha rilevato che erano assolutamente inefficaci per ottenere informazioni non altrimenti ottenibili con i mezzi di interrogatorio “normali”.

Inoltre, secondo il rapporto, la CIA avrebbe mentito anche sul numero totale dei prigioneri detenuti, i quali sarebbero stati 119, contro un numero dichiarato di 98. A quanto pare, sempre secondo il NYT, l’ordine di «mantenere il numero dei detenuti a 98» e non contare eventuali prigionieri supplementati sarebbe arrivato dall’allora capo della CIA in persona, il generale Michael Hayden.
L’intero rapporto è lungo più di 6000 pagine, ma ad essere desecretato è soltanto un estratto di 524 pagine pubblicato insieme anche ad una confutazione di esso da parte dei senatori repubblicani.
E proprio i repubblicani salgono sulle barricate in difesa delle decisioni prese sotto l’amministrazione Bush. L’allora vicepresidente Dick Cheney ha dichiarato che questi metodi d’interrogatorio erano «totalmente giustificati». Ha aggiunto inoltre che le accuse di illegalità dell’operazione sono «un mucchio di sciocchezze. L’operazione era stata autorizzata dal Dipartimento della Giustizia, che l’ha esaminata prima di dare l’ok». «Abbiamo fatto ciò che ci era stato chiesto di fare, abbiamo fatto ciò che ci era stato assicurato che era legale», ha invece dichiarato al Washington Post l’allora responsabile dell’operazione, José Rodriguez.

Intanto sale l’allerta dovuta a queste rivelazioni. Si teme sia un’altra ondata di protesta all’interno del paese, già scosso da quelle contro la violenza della polizia soprattutto verso le minoranze, sia delle possibili ritorsioni sotto forma di attentati ed attacchi da parte del fondamentalismo islamico, e a ciò si sommano anche i problemi diplomatici sollevatisi nei Paesi di tutti il mondo che hanno in qualche modo partecipato al programma come la Polonia, riconosciuta come complice dell’operazione dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel luglio scorso, tanto da portare il segretario di Stato, John Kerry, a chiedere alla Commissione del Senato di rivedere tempi e modi della diffusione. Ma la presidente, la senatrice democratica Dianne Feinstein, ha già detto al Los Angeles Times di essere contraria: «Dobbiamo diffonderlo perché chiunque lo leggerà farà in modo che tutto ciò non si ripeta mai più».

Per approfondire: il Washington Post ha anche pubblicato il documento completo, disponibile qui.

Giacomo Sannino