Verso ed oltre lo sciopero generale indetto dalla Cgil che, il 12 dicembre, promette di paralizzare gran parte del Paese e far emergere una voce sonante: le politiche del Governo Renzi in materia di lavoro non funzionano.

L’attivo regionale della Cgil Campania si è configurato, fin da subito, come forte momento di aggregazione e riflessione, non solo in ambito sindacale, nei confronti delle scellerate politiche del Governo culminate, in particolare, con la triade Jobs Act – Sblocca Italia – Buona Scuola: un colpo di grazia al mondo dei diritti, dei lavoratori, dei precari, degli studenti e di un’intera generazione precipitata nell’inferno della finanziarizzazione speculativa e dello svilimento della propria umanità.

Le prospettive, al proposito, non sono affatto confortanti: mentre già, ancor prima dello sciopero, c’è chi paia remar contro adducendo scuse e quasi tirandosi indietro, resta forte l’esigenza di rilanciare la discussione ad ogni livello, dal locale al nazionale. Perché l’Italia intera è nel pantano della disoccupazione, impelagata in un’economia asfittica ed incapace di sostenersi; ma il Sud e la Campania in particolare risentono maggiormente di tale stagnazione. Lo conferma lo spaventoso rapporto Censis di alcune settimane fa, lo conferma la percentuale terrorizzante di giovani senza un lavoro, circa il 50%, nonché quella dei cosiddetti “NEET”, che sfiora un terzo del totale dell’intero Paese.

In un contesto del genere, a maggior ragione, emerge con dirompenza la sterile futilità di provvedimenti come il Jobs Act, che pretendono di recuperare occupazione attraverso la standardizzazione della precarietà e la competizione al ribasso su salari e diritti. Certo, si può eccepire che i decreti attuativi sono ancora in via di definizione, ma sarebbe un’inutile presa in giro: sono molte le aziende già immerse nella mentalità dell’epoca post-articolo 18, e a farne le spese sono le categorie più deboli, oltre ai corpi intermedi quali il sindacato che qualche potere forte gradirebbe estromettere o delegittimare.

Ma la Cgil, in qualità di sindacato più grande d’Europa, non ci sta, e rilancia il suo programma consapevole di quanto buono fatto ed anche degli errori commessi in passato. Un’azione a tutto campo, orientata sì ai disagi del Mezzogiorno e al suo progressivo depauperamento, ma tesa anche a rendere collettive le singole battaglie: perché crescita, investimento e sviluppo sono interessi generali e non certo totem ideologici, come qualcuno dal caldo della sua poltrona vorrebbe far credere.

Ecco allora un interessante studio, condotto da alcune giovani studentesse, su un campione di iscritti alla “Garanzia Giovani”, l’imponente piano per contrastare la disoccupazione giovanile messo in cantiere con 2 miliardi di euro. Nonostante il monitoraggio sia ancora in divenire, e quindi incompleto, i risultati sono impietosi, disarmanti: i fondi sono allocati male, le reali opportunità lavorative una semplice chimera e la copertura dei posti raggiunge a malapena un ottavo delle richieste totali.

A ciò vanno aggiunti i ritardi clamorosi nella gestione delle pratiche da parte dei Centri per l’Impiego, del tutto inefficienti ad incrociare opportunamente domanda ed offerta di lavoro, oltre all’atavico clientelismo che predomina nella maggior parte dei Comuni, dove i sindaci conservano i loro begli elenchi di nomi da “sistemare”.

Come reagire a tanto pressappochismo, a tanta dabbenaggine condita da slogan senza senso e populismo spicciolo? Portando avanti una battaglia sistemica di contrasto al Governo. Lo sciopero Cgil di dopodomani sarà solo un primo passo.

Fra le testimonianze che arricchiscono il confronto, anche una rappresentante UDU, studentessa di medicina alla SUN grazie al ricorso vinto contro i test a numero chiuso, e il coordinatore LINK che invita a porre fine alla frammentazione delle opposizioni per costruire un’alternativa coerente e compatta alle ormai ventennali politiche di smantellamento dei diritti.

Emanuele Tanzilli