In Italia il calcio occupa un posto di rilievo nella vita e nelle conversazioni quotidiane, forse anche troppo. Ma parlare di calcio in Italia, negli ultimi tempi, significa fare i conti con la nostalgia, rispolverare vecchi ricordi, vecchie partite, vecchie glorie. Significa tenersi aggrappati ai bei tempi andati, quando il nostro calcio regalava emozioni, tra partite tirate, goleade , campioni, stadi pieni e maglie poco rovinate da avidi sponsor, quando sia la Nazionale sia le nostre squadre di club, fuori dallo Stivale, spadroneggiavano incontrastatamente. Un esercizio di nostalgia che ci impedisce di accettare il declino nel quale il calcio di casa nostra è piombato troppo repentinamente.

Un declino che, se all’interno del nostro campionato ogni tanto lascia qualche dubbio sull’essere effettivamente caduti in basso, è invece reso evidente dal cammino in Europa delle nostre squadre. Non c’è più una progettualità, una volontà di vittoria, ma solo un tentativo di restare a galla quanto più a lungo possibile, e più per i soldi derivanti dalla Uefa che per il prestigio. Una sorta di abitudine alla mediocrità, difficile da digerire per chi ha visto ben tre squadre italiane in semifinale di Champions.

…in Champions League

Lo dimostra la partita di ieri sera della Juventus contro l’Atletico Madrid. Possibile mai che la squadra più forte d’Italia, nel proprio stadio, con svariati campioni in campo e con in bacheca 2 Coppe dei Campioni e diversi altri trofei internazionali, debba accontentarsi di un pareggio contro una squadra sì molto forte, sì finalista dell’ultima edizione, ma pur sempre battibile? E in classifica, accontentarsi solo del secondo posto? Dieci anni fa, probabilmente, un avversario così sarebbe stato spazzato via senza troppi complimenti.

La stessa Roma, impegnata questa sera in casa contro il Manchester City nell’ultima gara del girone che segnerà il futuro dentro o fuori dalla competizione, non ne è esente, sebbene sia capitata nel girone più proibitivo di tutta la competizione. Dopo anni di assenza è tornata in Europa roboante nella partita iniziale contro il Cska Mosca, sconfitto 5-1 con una prestazione maiuscola che pareva voler gridare al mondo che il calcio italiano, quando vuole , sa come mettere in riga qualunque avversario; spavalda a Manchester quando ha rischiato di vincere contro un gigante dai piedi d’argilla come il City, disastrosa tutte e due le volte contro il Bayern. In Baviera poi si sono palesati tutti i limiti del nostro calcio contemporaneo, troppo rinunciatario se di fronte c’è un avversario più forte: solo un tiro in porta, all’80’ minuto e, classifica alla mano, si parla della seconda potenza del nostro campionato, non dell’ultima. Mentre di contro abbiamo ammirato il modesto Basilea terrorizzare Anfield Road e sbattere fuori dalla Champions il glorioso Liverpool. A Mosca i giallorossi hanno gettato al vento la qualificazione sicura, facendosi raggiungere al 93’ dal Cska, rimandando all’ultima gara il discorso qualificazione che è tutto fuorché scontato, proprio perché da affrontare è il City infarcito di campioni. In ballo c’è tanto, a cominciare dalla credibilità dello stesso progetto della Roma di Pallotta, ma anche per lo stato stesso del calcio italiano, che ha bisogno come non mai di due squadre ad alti livelli in Europa. E non ultimo, dal punto di vista economico, perché ci sono 10 milioni di euro in ballo tra premio qualificazione, sponsor e incassi.

…in Europa League

Che dire poi del Napoli, eliminato ai preliminari dall’Athetic Bilbao? Col senno di poi, guardando il cammino dei baschi nel girone e anche nella Liga, non si riesce a capire come diavolo abbiano fatto a non passare il turno. A maggior ragione se si considera che gli azzurri possono contare su Higuain, Mertens, Hamsik, Callejon e lo scorso anno uscirono dalla Coppa con le orecchie a testa alta, penalizzati solo dalla differenza negli scontri diretti. Senza contare il danno economico subìto dal mancato ingresso alla fase a gironi della Champions. Per il momento i partenopei, retrocessi in Europa League, hanno conquistato la qualificazione ai sedicesimi di finale con un turno di anticipo, come hanno fatto anche Inter e Fiorentina. Manca solamente il Torino, ancora in bilico e impegnato giovedì a Copenaghen contro i padroni di casa già eliminati.

Senza dubbio un buon risultato, se si considera che le italiane negli ultimi 5 anni hanno praticamente snobbato la competizione la quale, non godendo né dello stesso prestigio né del ritorno economico della più titolata Champions League, ci ha visto sempre fare figuracce. Eccezion fatta che per la Juventus lo scorso anno, arrivata fino in semifinale stimolata dalla possibilità (poi sfumata contro il Benfica) di disputare la finale allo Juventus Stadium. L’auspicio, chiaramente, è che le italiane possano andare avanti il più possibile, magari tutte e quattro in semifinale. Sarebbe uno schiaffo morale a chi ha deciso, forse prematuramente, iniziato a classificare il calcio italiano come non più al passo con i tempi e poco competitivo.

…in Serie A

Comparando i campionati nazionali, anche qui il nostro ne esce con le ossa rotte: ha perso fascino e appeal rispetto alla Premier League e alla Liga, o anche a una prorompente Bundesliga che propone bel calcio e ottimi calciatori in stadi moderni, sempre stracolmi e a prezzi sostenibili, e si deve guardare bene da quello francese sempre più spettacolare, trainato dai petroldollari del Psg, mentre il nostro si sta trasformando in una sorta di buen retiro per i campioni ormai prossimi a chiudere la carriera (si guardi a Cole, Evra, Vidic o Torres).

Una cosa è certa: i soldi nel al nostro campionato, rispetto ad altri, scarseggiano ed è inutile negarlo. Ciononostante, molti proprietari spendono fior di milioni per comprare calciatori mediocri e cercare di avere risultati immediati (che il più delle volte non arrivano), anziché puntare sui giovani cresciuti in casa, pur di illudersi di poter competere ancora con le altre potenze europee. Difficile duellare con petrolieri arabi, oligarchi russi e tycoon asiatici senza avere stadi di proprietà o progettualità negli investimenti. In tempi bui di solito si riesce ad aguzzare l’ingegno, e a tirare fuori il coraggio. I migliori auspici per tornare grandi.

Fonte immagine in evidenza: theguardian.com

Michele Mannarella