Cari Lettori, benvenuti a questo nuovo numero di “The economist corner”. La settimana scorsa abbiamo trattato del debito pubblico italiano (vedi qui) e molti di Voi ci hanno posto tante domande interessanti che richiedono un ulteriore approfondimento poiché i nostri Lettori sono gli unici nostri azionisti di riferimento.

La volta passata abbiamo affrontato in primis la differenza fra deficit e debito pubblico ma è doveroso sottolineare anche quella tra spesa pubblica in “stato minimo” e “stato sociale”. Il primo riguarda polizia, magistrati e soldati, ossia il mantenimento di ordine, giustizia e difesa, mentre il secondo medici, insegnanti, disagiati e anziani, cioè sanità, istruzione e previdenza. Se i docenti sono interamente retribuiti attraverso i contributi dei cittadini, la sanità è finanziata in parte dalla tassazione e in altra da spese extra in base al reddito, mentre le pensioni sono “pagate” dagli attuali lavoratori agli ex, quindi non sono un costo bensì un trasferimento.

L’ammanco può essere coperto dall’emissione di obbligazioni (titoli di stato) o l’emissione di nuova carta moneta ma lo Stato italiano non può emettere banconote dal 1981: anno in cui venne concessa l’autonomia a Bankitalia che non era più obbligata a stampare tutte le volte che lo chiedeva il Tesoro. Con il Trattato di Maastricht l’Italia ha delegato la possibilità di stampare moneta alla Banca Centrale Europea. La logica dominante, atta a cavalcare il malcontento e populista, colloca l’esplosione del debito all’avvento dell’euro perché “Non ci possiamo stampare noi la moneta” ignorando lo strappo del 1981. Se si emettono titoli o si stampa moneta si sta finanziando il passivo: nel primo caso con tassi di interesse determinati dall’incrocio di domanda e offerta nel mercato finanziario; nel secondo stampando moneta e indebitandosi con se stessi.

La questione è sempre la stessa: perché un debito pubblico così alto?

La settimana scorsa ho preferito parlassero i numeri perché “hanno la testa dura” ma mi avete chiesto giustamente di commentarli e, oltre a tenere conto degli ammanchi dei vari Governi, è opportuno sottolineare che la divisione fra Bankitalia e Governo fu un atto scellerato dato il periodo storico. Nel 1979 c’era stata la crisi energetica (Secondo shock petrolifero) e gli interessi sui titoli di Stato erano alle stelle in tutta Europa, quindi sarebbe stato stampare nuova carta-moneta piuttosto che emettere obbligazioni ad interessi elevati. In economia è facile parlare con il senno di poi ma dobbiamo ricordare che l’inflazione nel 1980 era al 21,1% e l’emissione di ulteriore danaro avrebbe potuto creare effetti devastanti (elevati costi per importare materie prime, ad esempio). All’allora Ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, interessavano ben poco queste implicazioni avendo recentemente ammesso che la scissione doveva portare ad una politica deflazionistica per attenuare “il demenziale rafforzamento della scala mobile, prodotto dall’accordo tra Confindustria e sindacati”.

Una scelta politica che paghiamo – letteralmente – ancora oggi erogando i tassi d’interesse più alti d’Europa i quali rappresentano la principale causa, checché se ne dica, dell’indebitamento italiano, stimato nel 2012 di 100 miliardi per il 2015. Dopo le politiche di Mario Draghi, che hanno portato il costo del denaro allo 0,05%, l’anno venturo saranno spesi “solo” 73,5 miliardi a fronte dei 77 (5% del pil) previsti nell’ultimo Def (documento economia e finanza): ecco una delle eredità della Prima Repubblica che, in fin dei conti, non aveva fatto tanto debito ma l’aveva finanziato malissimo! Infatti il peso della spesa per interessi sul passivo statale nel 1984 era dell’11,4%, mentre la media Ue passò dal 4,1% al 4,4% e quella dei Paesi-euro dal 3,5% al 4,4% nello stesso periodo. Nel 1993 triplicò il divario tra i tassi d’interesse: il 13% in Italia contro il 4,4% della zona euro e il 4,3% della Ue. Quindi l’Italia non è in deficit (disavanzo di un anno) a causa del saldo primario (= entrate-uscite), bensì di quello secondario (= entrate-uscite-interessi sul debito) che conta anche il rifinanziamento del passivo contratto a tassi di interesse altissimi.

Ecco un’altra fantasia che avrete sentito spesso nei talk-show politici “L’Italia ha il debito così alto a causa dell’elevata spesa in welfare”. Il modo migliore per calcolare l’incidenza della spesa pubblica è osservare quanta percentuale del pil ci costa, altrimenti avrebbe poco senso, quindi ecco i  rapporti spesa pubblica/pil delle più grandi economie europee: Francia 53,4% ; Italia 45,1% (sotto la Francia) , quasi costantemente sotto la media dei 27 Paesi UE  (46,2%), per  la prima metà degli anni duemila sotto la Germania (42,8%) e dal 2011 viene superata anche dal Regno Unito (45,3%).

Ritenevo doveroso e, per certi versi, divertente sfatare l’ultimo mito. Nei prossimi numeri approfondiremo: trattati europei (vedi qui), evasione, tassazione e corruzione.

Ferdinando Paciolla