Martin Scorsese è uno dei pilastri del cinema americano. Consacrato al gangster movie, si distingue per uno stile crudo ed originale, volto a portare in scena l’azione non solo come intrattenimento ma anche come invito a una più profonda riflessione etica e umana.

Nato nel 1942 nel Queens di New York in una famiglia di immigrati siciliani, Martin vive con profondo disagio l’atmosfera mafiosa e cresce in un ambiente non troppo sereno, permeato di omertà e compromessi. Questo ambiente diverrà uno dei temi fondamentali dei suoi film.  A 15 anni si iscrive al seminario per diventare sacerdote, sorretto da una fede religiosa che nei suoi film si tradurrà nell’inossidabile fiducia nella conversione al bene. Capisce ben presto che la vita clericale non è la sua strada, così frequenta l’università e nel 1964 si laurea in cinematografia e inizia a dirigere i primi corti. Nel 1968 presenta il suo primo lungometraggio “Chi sta bussando alla mia porta?”, nel quale già risuona nitida la voce del neorealismo italiano e si percepisce l’influenza di Godard. Il giovane regista conia adesso il suo timbro d’autore che lo accompagnerà sino ai nostri giorni, modellando un romanzo cinematografico che ha come sfondo New York dei tempi remoti e del presente. Sono questi gli anni di “Mean Streets”(1973) e “Taxi Driver” (1976), con i quali compie una perlustrazione inquietante nel buio dei quartieri più corrotti della Grande Mela. Affinando uno sguardo realista e sempre più penetrante, Scorsese realizza nel 1980 uno dei classici intramontabili del cinema statunitense: “Toro Scatenato”. Ispirato alla vera storia del rabbioso pugile Jake LaMotta, il talento del regista si esprime in una continua analogia tra vittorie e sconfitte sul ring e nella vita del protagonista.

Nella trilogia “Il colore dei soldi”, “Quei bravi ragazzi” e “Casinò” Scorsese porta alla ribalta dei personaggi prostrati al dio denaro, muovendosi abile in uno schema di incastri, inganni e sospetti. È sempre più evidente l’intento di inscenare la violenza per esorcizzarla,di parlare di criminalità nella forma di una pressante protesta attraverso gli ambienti, le azioni e i volti dei suoi personaggi. Con leggerezza e mano ferma, e talvolta con una punta di ironia, i suoi film si incentrano sull’eterna lotta tra bene e male, articolandosi in un perverso gioco di colpa e redenzione, peccato e pentimento, menzogna e verità. Nel 2002 “Gangs of New York” evidenzia la dicotomia “buono e cattivo” installando i personaggi in una morale ben definita e scandita dagli interessi personali. Scorsese celebra, qui, l’amore conflittuale con New York e immagina la vita nella più grande metropoli americana nel XIX secolo, intingendo di fantasia riferimenti storici e culturali dell’epoca.

Leonardo DiCaprio è uno dei protagonisti e lo colpisce particolarmente: i due instaurano infatti un proficuo sodalizio professionale che li porterà a successi come “The Aviator” (2004), “The Departed – il bene e il male” (2006), “Shutter Island” (2010), “The Wolf of Wall Street” (2013).

Scorsese si riconferma artista autentico e poliedrico ad ogni sua opera, riuscendo a combinare una colorata varietà di temi, personalità, sentimenti, intenzioni. Ecco perché non esiste motivo valido per perdersi “The Irishman”, in uscita nel 2015.

Federica Margarella