Ieri sera, al Teatro Bellini di Napoli, abbiamo assistito a qualcosa di nuovo. Anche se infatti Il Flauto magico secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio non è proprio alla sua prima, si può dire che mantiene la sua portata innovativa. Rivista sottoforma di puzzle di tradizioni orali provenienti da ogni parte del mondo, la fiaba che racconta come il principe Tamino affronti con coraggio le prove che lo condurranno all’amore di Pamina è diventata un’occasione per mostrare quanto la musica occidentale possa e debba accogliere l’altro da sé, fin troppo a lungo trascurato. Quest’operazione, sotto i due aspetti etici e musicali – ma forse le due cose vanno insieme –, vuole raccontare qualcosa come il fatto che la diversità debba essere principio di unione e non di divisione. L’entusiasmo dei musicisti sul palco ci ha mostrato che questo, oltre che possibile, è in parte già realtà.

Il riferimento settecentesco costituisce il tappeto sonoro su cui si svolge la vicenda: però oggi è la musica stessa, rovesciando gli usurati schemi operistici, che si fa personaggio attante. Sintomatico che le Tre Dame (il violino, la viola e il violoncello di Luca Bagagli, Gaia Orsoni e Zsuzsanna Krasznai) usino il proprio archetto come una spada!

Già dal richiamo dei tre accordi di incipit dell’Ouverture capiamo quanto la musica di Mozart ci sarà compagna lungo questo viaggio in una terra «dove c’è tanta acqua e le palme sono verdi», come ci racconta un narratore, il cubano Omar Lopez Valle, di immediata schiettezza. Subito però la musica del Singspiel – che a duecentoventitre anni di distanza mostra tutta la sua attualità – si sottopone di buon grado alle trasformazioni che un popolo o l’altro, nel dirla a proprio modo, vi applica: essa si trova perfettamente a suo agio tanto nella revisione folk dell’inglese Sylvie Lewis (Pamina), ospite dell’OPV per l’occasione, come nell’arrangiamento per brass quartet, eseguito da Omar Lopez Valle alla tromba, Peppe D’Argenzio al sax soprano, Fabrizio Savone e Stan Adams ai tromboni; tanto nel fischiettio di un esuberante Awalys Ernesto Lopez Maturell (Tamino) come nella religiosa vocalità di un Sarastro – Carlos Paz Duque – andino. Dall’altra parte, in rapporto di piena parità, l’etnico si fa accogliere con entusiasmo nella musica di Mozart, plasmandosi in funzione della linea melodica più tipicamente operistico-europea: è il caso della vocalità di Houcine Ataa (Monostatos), che da melismatica cede dopo un po’, ma senza artificiosità, alle flessioni della vocalità mozartiana.

Lo sforzo di cancellare ogni gerarchia tra le musiche che compongono il progetto si manifesta nel confronto più difficile in questo senso: quello con il canto lirico. La talentuosa voce di Maria Laura Martorana, soprano – anch’essa ospite – nel ruolo della Regina della Notte, ben sfruttata dagli elaboratori musicali, Mario Tronco e Leandro Piccioni, ha consentito di sperimentare nuovi usi dell’impianto vocale lirico, che è così posto sullo stesso piano di qualsiasi altro tipo di canto, quasi che non fossimo in Italia. Martorana sorprende, oltre che per la naturalezza del suo virtuosismo, soprattutto per la capacità di spingersi senza disagio – e sorprendendo il pubblico – a modi di cantare che rasentano il pop, superando le ingessate prospettive della tradizione. Col diluirlo nell’emulsione multietnica, La tentazione di fare del lirico un abusato – perché di facile attrattiva – canto acrobatico europeo è stata così sventata; anche se le ovazioni sproporzionate del pubblico sono il sintomo che come tale – e come poteva, a Napoli, non essere così? – è stato accolto.

Martorana 25

In effetti, come per il canto lirico, anche per le altre esperienze musicali si adombra sempre, nella mente dell’ascoltatore, il gusto un po’ trash per l’esotico, da brutti epigoni del debussismo. Esso stuzzica l’orecchio a trasformare un progetto musicale eticamente valido in una mera vetrina di delizie curiose. Se l’uniformità linguistica forse avrebbe meglio permesso di non abbandonarsi a questo tipo di tentazioni, è d’altra parte vistoso lo sforzo di resistervi cui si sono sottoposti gli stessi musicisti, se è vero che solo di rado ci è scappato, nel loro flauto magico, qualcosa di ascrivibile al gusto per l’esotico: è il caso dei tablas  di Sanjay kansa Banik, che hanno letteralmente stregato il pubblico, cedendo però all’ostentazione a sfavore della coesione teatrale.

Tutto ciò non fa che sottolineare l’atteggiamento pioneristico del progetto OPV, il cui messaggio può essere così facilmente frainteso da un pubblico impreparato a coglierlo come una vera fratellanza tra le musiche, senza gerarchie e senza visioni eurocentriche: si dovrà ancora attendere – e forse, coi tempi che cambiano, non accadrà mai – prima che il kora di Dialy Mady Sissoko entri a far parte stabilmente di un ensemble da camera.

Antonio Somma