Ne La sposa del vento (1914) di Oscar Kokoschka il mondo sfugge agli occhi dell’osservatore, persi come prede di un turbinare arrabbiato. Al centro del vortice inesorabile c’è un volto di donna, pacifico come l’occhio di un ciclone, appoggiata sul petto di un uomo inespressivo, tragicamente tombale. Forse non molti sanno che quella donna ha un nome: Alma Maria Schindler Mahler Gropius Werfel (Vienna, 31 agosto 1879 – New York, 11 dicembre 1964). Coi suoi cognomi, trofei di una vita lunga estintasi esattamente cinquant’anni fa e un giorno, non c’è da scherzare; ma essi non sono sufficienti a tracciare il ritratto di quella che è una vera e propria Musa del Novecento.

Alma aveva solo diciassette anni quando in lei cominciò a delinearsi il profilo della femme fatale, fonte d’ispirazione nella nascita di quel modello di donna, molto più crudele di una Petra dantesca o di una Laura petrarchesca, che fu tanto in voga negli anni dell’emancipazione del gentil sesso, del simbolismo e della psicanalisi. A quell’età ebbe la leggerezza di annotare sul diario personale, poi sorpreso dalla madre, il suo primo bacio: con Gustav Klimt. Si dice che il grande protagonista della secessione viennese, come molti altri dopo di lui, fosse perdutamente innamorato della giovane, così affascinante e così giovane, che frequentava i migliori salotti di città, ne imparava i respiri e, inconsciamente, prendeva a esacerbarne le mode. Nel volto della Giuditta (1901) di Klimt, e di tutte le sue altre oscure eroine, si può già forse scorgere qualcosa dell’essenza di Alma Schindler.

Gustav Mahler, si sa, era un uomo tutto sommato ingenuo. Negli anni in cui la Salome (1905) e l’Elektra (1909) del suo nemico affezionato e apprezzato collega Richard Strauss riscuotevano scandalosi successi, stimolando le fantasie femminili più oscure, quello pareva non accorgersi nemmeno della personalità di Alma, che aveva preso in moglie nel 1902. E c’è da dire che la Salome gli piaceva davvero tanto: compositore incompreso, riscoperto postumo soprattutto grazie a Leonard Bernstein, ma direttore al contrario davvero apprezzato, ogni suo progetto di mettere in scena la musica di Strauss all’Opera di Corte era ostacolato dalla censura. Il convincimento della sua validità, come riportato da Alma, era sempre stato però grande. Assistendo alla prima di Berlino scrisse di essere rimasto completamente «a bocca aperta» e in lettere successive la difese come «uno dei più grandi capolavori dei nostri tempi».

La relazione con la sua domestica Salome al contrario costituisce, per i musicologi e gli storici di oggi, ancora un grosso problema: da un lato sappiamo che il direttore non apprezzava i Lieder che scriveva la moglie e ne scoraggiava la pratica; dall’altro è Alma stessa – nella sua autobiografia – a raccontare della sedicente influenza che esercitava sulla professione del marito, il quale spesso le avrebbe chiesto pareri e avrebbe persino modificato parti delle sue Sinfonie su suggerimento della consorte.

Quel che è certo è che Gustav Mahler, di molto più vecchio, tentò in ogni modo di costringere Alma ad una vita domestica, lontana dalle mondanità: ciò che non gli riuscì bene. Quando un Walter Gropius in erba nel 1910 indirizza – a bella posta? – al direttore Mahler, invece che alla moglie, una lettera infuocata in cui implora la sua amante Alma di passare il resto della sua vita con lui, il mondo del musicista pare crollare.

A nulla vale ogni sforzo di superare la rottura, né è fruttuoso l’incontro col dottor Freud. I due, così vicini e lontani nei rispettivi settori, conversano per quattro ore, il 26 o il 27 agosto, passeggiando per Leyden. Freud rassicura Mahler: gli spiega che la sua età non è un ostacolo, poiché Alma cerca in lui, istintivamente, il padre – il paesaggista Emil Jakob Schindler – perduto troppo presto. Anche lui, d’altra parte, cerca in Alma la madre. Quando Mahler gli dice che sua madre si era chiamata Maria, e che Maria è il secondo nome di Alma, decide che Mahler soffre di Marienkomplex, e che la sua Mutterbindung sarebbe confermata da un particolare: egli forse chiama Maria sua moglie? Che sia o no per gioco, Mahler risponde di sì ma non pare consolarsi. Dopo il trionfo della tournée americana, la malattia al cuore lo divora, portandoselo via nel 1911. Pur avendo superato il leggendario scoglio delle nove sinfonie, ce ne lascia una decima incompiuta.

Difficile riconoscere il volto di Alma nella musica del marito, primo di altri due: i non meno sfortunati Gropius, tradito con lo scrittore Franz Werfel, a sua volta stroncato da un infarto (1945). La musica di Mahler, così protesa alla totalità che dialoga come una grande anima in se stessa, trasfigura l’umanità rendendola a tratti fin troppo lontana da se stessa – e perciò tanto più vicina.

Molto più realistica la riproduzione della donna amata che il povero Kokoschka, mancato quarto marito di Alma, si fece costruire, una volta che quella l’ebbe lasciato per Gropius, a grandezza naturale. Solo nel 1920 poté sbarazzarsene, dopo averla trascinata, ubriaco, in una danza furibonda.

Esule a New York per la barbarie nazista, la vedova Alma Mahler ricorderà in un’autobiografia la sua storia, di artista e di donna tormentata, e i suoi volti, lasciati in giro per un’Europa a cui non apparteneva più. Mendaci o meno che siano, i suoi racconti ripercorrono da Klimt a Werfel, passando per Zemlinskij, Berg e Gropius, la complessità delle arti del primo cinquantennio del secolo, di sicuro fascino come una sua Musa, la più bella ragazza di Vienna.

Antonio Somma