Lupus in fabula è una rubrica sul mondo classico; si occupa di vari aspetti e momenti della letteratura greca e latina. Il nome di questa rappresenta un po’, tra il serio e il faceto, l’approccio semplice  che la rubrica avrà ai suddetti argomenti. Inoltre, un po’ sedicentemente, Lupus in Fabula è il modo in cui sembra che entrino i riferimenti ai modelli classici, nella letteratura moderna e contemporanea: sembra che tutti vogliano vivere il proprio tempo senza rifarsi al passato e nel bel mezzo del racconto..esametri e pentametri!

Nella Roma del III e il II secolo a.C. splendentemente fiorì il teatro con autori come Plauto e Terenzio (ma anche altri come Cecilio Stazio e Quinto Ennio), i quali, sebbene spesso in modo molto differente, si ispirarono alla Commedia Nuova, soprattutto a Menandro. Sappiamo per certo, infatti, che tre commedie plautine (Cistellania, Stichus e Bacchides) ebbero a modello proprio questo autore greco. E il servo, il personaggio che più ha reso celebre Plauto agli occhi degli antichi come a quelli dei moderni, fu una figura di una certa importanza proprio nella Nea. Il ruolo del servo, però, a Roma cambia aspetto e azioni, diventando una sorta di giocoliere delle parole e gli scherzi che fa, il riso che provoca sono innanzitutto rivolti a se stesso, dando così origine al c.d. “metateatro”.

Tuttavia, ben presto, Plauto, mediante un linguaggio leggero, con i “numeri innumeri” (cioè gl’infiniti metri, secondo una definizione che Varrone e Gellio attribuiscono allo stesso Plauto), uno stile assolutamente polifonico e la voglia di non insegnare nulla al proprio pubblico, si discosta dal modello greco. Plauto inizia quindi, ad un certo punto, a rifiutare il modello della Commedia Nuova. Egli, per esempio, rende gl’intrecci estremamente semplici, a volte quasi prevedibili, dando più rilievo bizzarri, come strani paragoni, buffi enigmi e doppi sensi.

Nel teatro di Plauto, infatti, gli spazi di riflessione dell’autore sono destinati a qualsiasi momento della commedia, un momento di falsa tensione tra le persone del pubblico. E qui sta la differenza con Terenzio, che, attraverso dei toni molto più raffinati, si serve del prologo come uno spazio per l’espressione del proprio pensiero. Tanto è vero che, a differenza di Terenzio, nelle palliate plautine non ritroviamo un vero e proprio spazio di autocoscienza, ovvero un luogo preciso della commedia scelto in modo evidente dall’autore, per cui attraverso la forma indiretta vuole comunicare un messaggio che renda chiaro quali siano i propri valori culturali e i modelli d’ispirazione.

In questo senso, Terenzio si ispira a Menandro in maniera “più sottile”. Egli infatti, contrapponendosi al suo predecessore, cerca in Menandro un modello che sia al contempo culturale e letterario. Della Nea apprezza che si mosse con molta cura, si descrisse senza rompere l’illusione che creava di sé, che rappresentasse personaggi molto convenzionali che avevano coscienza di ciò, ma attraverso una nodosa staticità continuassero a credere alla finzione scenica. Nel teatro di Plauto, invece, gli spazi di riflessione del’autore sono destinati a qualsiasi momento della commedia, creando taluni attimi di falsa tensione tra le persone del pubblico. (Forse sta proprio qui il merito del teatro plautino: facendo parlare i personaggi direttamente al pubblico, rese noti paradossi, ambiguità e caratteri spesso troppo nascosti della Commedia Nuova).

Ma per quanto riguarda le funzione del prologo, quasi incredibilmente, Terenzio si distacca anche dal modello della Nea. Nella Commedia Nuova, infatti, il prologo aveva caratteri completamente diversi; era un luogo di esposizione dei fatti, nel quale, insomma, si potevano ricevere informazioni essenziali sulle vicende messe in scena. Non ci sono quindi coinvolgimenti personali dell’autore, presenti invece in Terenzio, grazie al quale il prologo diventerà una vera istituzione letteraria.

Dunque Plauto e Terenzio, come dicevamo all’inizio, si rapportano in modi diversi agli stessi modelli; ma per quali motivi? Forse perché Plauto fu molto a contatto con autori dell’epoca di Livio Andronico, i quali cercavano i modelli greci come un punto di riferimento ma allo stesso tempo per relegarli ad una storia non propriamente romana, che il commediografo cercò molto il consenso del popolo romano, arrivando a camuffare i modelli ispiratori (sono innumerevoli le traduzioni dei nomi dei personaggi della Nea che Plauto ospitò nelle proprie opere!) .

E fu forse perché Terenzio visse a pieno il momento della battaglia di Pidna (168 a.C.), (momento in seguito al quale furono deportati a Roma alcuni intellettuali come, ad esempio, Polibio) per cui il mondo greco iniziò a lasciare le proprie tracce nell’accrescersi dei consumi di lusso, nella passione per le opere d’arte e portando una nuova mentalità, che l’autore cartaginese venne a contatto in qualche modo con, certamente, una nuova grecità, e scoprendola, scopre anche un nuovo modo di trovare un luogo per raccontare le proprie ragioni.

Lisa Davide