Quattro dei cinquantatré imputati oggi ancora in vita responsabili del genocidio messo in atto durante la dittatura del generale Videla in Argentina hanno confessato il luogo in cui sono sepolti i resti di 283 desaparecidos.

Si tratta di un evento inedito perché, fino ad oggi, il tacito accordo di silenzio sottoscritto dai numerosi colpevoli non era mai stato infranto. Per opera del regime videlista, tra il 1976 e 1983 scomparvero circa 30mila persone; le vittime prese di mira erano gli individui considerati “sovversivi”, ma anche “indifferenti” e non simpatizzanti del “Processo di riorganizzazione nazionale”. Gli atti confessati dai quattro responsabili riguardano il lager di La Perla nella città di Cordoba, uno dei più grandi campi di prigionia adibito alla detenzione dei nemici del regime. All’interno di questo campo vennero uccise diverse centinaia di argentini, soprattutto giovani. Le parti civili del processo sono 716, di queste 283 furono uccise, ma i loro cadaveri non sono mai stati ritrovati.

Fecundo Trotta, il procuratore generale che si sta occupando del caso di La Perla, ha detto che «non ci sono precedenti di nessuno che abbia dato informazioni di questo valore» ed ha poi aggiunto che «è un atteggiamento storico e speriamo che serva da stimolo anche ad altri per iniziare a parlare»; inoltre, ha sottolineato che la collaborazione dei quattro imputati è stata assolutamente volontaria, e che non è previsto alcuno sconto della loro pena. Tra gli imputati che hanno deciso di collaborare vi è anche l’ex maggiore Ernesto “Nabo” Barreiro, considerato il capo dei torturatori dagli organismi di difesa dei diritti umani, che durante l’interrogatorio ha indicato agli inquirenti 25 località in cui potrebbero trovarsi i resti dei 283 desaparecidos. Barreiro è uno dei personaggi più importanti di questo quinquennio di orrori: oltre ad aver ricoperto la carica più importante nel campo di La Perla, è stato anche fautore e leader del tentato coup d’état contro il governo democratico post-dittatura di Raúl Alfonsín. In seguito ad una serie di sollevazioni militari dei Carapintadas, il governo fu spinto ad approvare un’amnistia per i gerarchi e i militari che precedentemente si erano macchiati di crimini contro l’umanità. Il provvedimento fu abolito solo venti anni dopo dal presidente Néstor Kirchner, inaugurando così una serie di processi mirati a punire gli scrittori di una delle pagine più buie della storia dell’America latina e di tutta l’umanità.

Bruno Formicola