Davvero tanti, lungo le strade di Napoli, per accompagnare lo sciopero generale di 8 ore indetto da Cgil e Uil. “Oltre 50 mila”, fanno sapere dal palco gli organizzatori, l’impressione è che siano qualcosina in meno, in ogni caso una presenza più che buona, al termine (o, se vogliamo, al culmine) di un autunno caldo ricco di manifestazioni di protesta, movimenti di piazza e dibattito sociale.

Sventolano numerose le bandiere azzurre dell’Unione Italiana dei Lavoratori: resistere alle contraddizioni intrinseche di un’opposizione spesso “docile” e poco incisiva è impresa ardua, ma quest’oggi il sindacato rappresentato da Anna Rea si è fatto trovare presente allo sciopero quanto e come la più numerosa e rappresentativa Cgil.

“Renzi la smetta di inseguire i selfie con il sorriso e non dimentichi la sofferenza di chi ha perso il lavoro e di chi non lo trova”, ruggisce dal palco Anna Rea, a conclusione di una lunga serie di testimonianze dal mondo del lavoro che, oggi, ha scelto la coraggiosa via dello sciopero. C’erano tutti, dai forestali ai metalmeccanici, dai docenti agli edili, dai lavoratori della sanità agli studenti, al corteo che da piazza Garibaldi si è snodato fino a piazza Matteotti. “Non fa onore, ad un sindacato come la Cisl, andare contro lo sciopero e mancare di rispetto ai tanti lavoratori che hanno perso una giornata di stipendio per essere qui a manifestare per i propri diritti”, prosegue Rea, infilando la lama in una ferita bruciante, quella della compattezza dei sindacati oggi smarrita.

Lo sventolio di bandiere che accompagna lo sciopero è al solito di una malinconia commovente, un fervore di rappresentanza in gran parte dispersa. Qua e là, tra i drappi azzurri della Uil e rossi della Cgil, si scorgono i vessilli di Sinistra Ecologia e Libertà, di L’Altra Europa con Tsipras e le falci ed i martelli della galassia comunista: tutti riuniti nello sciopero, e chissà forse anche altrove, in futuro. La più bella è una semplice bandiera rossa, senza simboli, senza impalcature ideologiche o scritte limitanti: in fondo, quando si lotta per un futuro e una dignità non occorre nascondersi dietro qualche sigla.

Lo sottolinea anche Gianna Fracassi, segretario Cgil nell’intervento che chiude il comizio: “Qui non ci sono slogan né tweet, ma gente in carne ed ossa. Al ministro Poletti chiediamo di smettere di gettare fumo sui reali dati della disoccupazione: si parla di tutele crescenti, ma a crescere sono solo le diseguaglianze”.

Le proposte della piazza sono ben note ormai da tempo: le misure introdotte da Jobs Act, Sblocca Italia e Buona Scuola non convincono per nulla, così pure le norme allo studio su autoriciclaggio, falso in bilancio, prescrizione e gestione degli appalti.

Le percentuali di adesione allo sciopero sembrano confortanti: 80% in Fincantieri, 95% in Alenia, il 60% circa in tutto il Paese. Disagi in tutta Italia, anche qualche scontro. La vera battaglia, tuttavia, riprende il suo corso nelle sedi istituzionali, dove il Governo è più che intenzionato a tirare diritto. A farne le spese, com’è risaputo, anche gli studenti, partiti con due cortei separati da piazza Garibaldi e da piazza del Gesù.

Collettivi, rappresentanze di ogni genere in marcia verso la stazione, dove è stato esposto uno striscione di contestazione al “Treno dell’Expo” in partenza per Milano. “Criminali sono i dirigenti e gli assessori che finanziano con 0 euro il diritto allo studio”, urlano in coro. Sulla stessa lunghezza d’onda l’intervento dal palco di Lorenzo Fattori, coordinatore UDU: “Si sta violando l’articolo 34 della Costituzione, quello che sancisce il diritto allo studio”.

Del resto, a tirare diritti, si finisce spesso a perderli di vista.

Emanuele Tanzilli
fotografie a cura di Serena Spennato

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