Che cosa sia ISIS lo sappiamo, o almeno crediamo di saperlo, visto il gran numero di notizie che la stampa di tutto il mondo diffonde da tempo su questa spietata organizzazione terroristica, attiva nelle zone dell’Iraq e della Siria, mossa dall’obiettivo di ripristinare il califfato nei territori sotto il suo controllo. Quel che è più difficile da conoscere, anche perché non esistono notizie certe in merito, è il come e quando questo gruppo jihadista si sia ritrovato per la prima volta, abbia scelto la sua strategia di combattimento e perfezionato la sua folle dottrina.

Secondo le rivelazioni rilasciate al Guardian da un membro del gruppo, che si fa chiamare Abu Ahmed, il progetto per la costruzione dello Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria (al- Sham) è nato nel carcere militare statunitense di Camp Bucca, in Iraq. Proprio lì dov’erano rinchiusi gli uomini più pericolosi per l’Occidente veniva predisposta la strategia per la nascita di una nuova entità, più radicale e spietata di Al Quaeda, ma ispirata dalla stessa musa: la jihad. I protagonisti sono quelli già noti, Abu Musab al-Zarqawi, il capo del gruppo, Abu Bakr al-Baghdadi, il suo successore, e una nutrita schiera di seguaci che, secondo le stime degli analisti più accreditati, continuano a crescere in maniera esponenziale.

Le parole di Abu Ahmed, oltre ad aprire scenari inquietanti sulla genesi dell’organizzazione, danno l’opportunità di riflettere sull’efficacia della strategia americana nella detenzione dei prigionieri. Il programma antiterrorismo ideato dalla CIA dopo l’11 settembre, rimasto segreto per lungo tempo, ha provocato la cattura e l’incarcerazione di numerosi presunti terroristi, a cui le informazioni più importanti venivano estorte persino con la tortura. Adesso sappiamo che il trattamento riservato ai detenuti, oltre a costituire una chiara violazione dei diritti umani, non ha fatto altro che radicalizzare il loro già robusto rancore, spingendoli a progettare un’attività ancora più cruenta nei confronti dell’Occidente.

Senza contare che all’interno di quella prigione è stato più facile per loro comunicare, scambiarsi indirizzi e recapiti per ritrovarsi, una volta usciti da lì. E costituire, in seguito, un gruppo ancora più forte, alimentato, se possibile, da un maggiore risentimento verso ciò che i loro aguzzivi rappresentavano. Si potrebbe commentare la notizia con riflessioni come quella, forse banale e scontata, secondo cui l’odio genera odio e la violenza conduce solo ad altra violenza. Tuttavia, di fronte a un tale scenario, è difficile giungere a conclusioni diverse. Le foto di Abu Ghraib, quelle in cui si vedevano i prigionieri torturati dai soldati statunitensi, ci avevano offerto uno spaccato di crudeltà gratuita che credevamo senza conseguenze. Adesso sappiamo che non è così.

Carlo Rombolà

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest’ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l’Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l’inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v’è rimedio. Per fortuna.