Il mostro di Firenze” è così che il premier Matteo Renzi è stato definito ieri a Milano, durante lo sciopero generale indetto dalla CISL e dalla UIL. Centinaia di manifestanti hanno sfilato per le strade di ogni città italiana, per protestare contro il Jobs Act ed esternare il proprio dissenso al governo. Dai sindacati sono arrivati anche alcuni dati: una giornata storica, per alcuni, a cui ha aderito il 70% degli iscritti, percentuale comunque molto alta.

Renzi, dice, non si è lasciato intimidire: “rispetto” è stata la parola d’ordine, per i manifestanti, ma nulla che faccia pensare ad un suo possibile passo indietro sul Jobs Act e sull’articolo 18. “Grande rispetto come sempre: ci sono dei lavoratori e delle lavoratrici che hanno manifestato dissenso rispetto alle politiche del governo e che hanno pagato per una giornata di sciopero con una giornata di lavoro. Da parte nostra c’è massimo rispetto. Ma per quanto riguarda me, io non sono il tipo da farmi impressionare. Per me da domani mattina si lavora sempre fianco a fianco con i sindacati sulle crisi aziendali. Ma quanto alla valutazione sulle leggi, le leggi si fanno in Parlamento e noi non siamo un governo che cambia opinione perché c’è una piazza. Pronti al dialogo sempre, ma grande determinazione perché c’è un paese da cambiare e noi lo cambieremo”.

Dunque manifestare, sì, ma senza ‘pretendere’ che il governo cambi totalmente linea. Anzi, adesso bisogna aprire al dialogo con i sindacati, quello stesso dialogo che nei mesi scorsi è mancato, ma che sarebbe potuto essere fondamentale per giungere ad un punto d’incontro. Renzi però va avanti e tira dritto. Lo ha ribadito al forum economico italo-turco ad Istanbul, dove ha parlato delle riforme che da troppo tempo mantengono l’Italia sotto i riflettori dell’Europa. “Se rinviamo le riforme ci condanniamo ad un declino lento”. Un declino che, secondo Renzi, adesso è da evitare, soprattutto di fronte ad uno sciopero, secondo i renziani, di stampo prettamente politico, a cui si è aggiunta anche la preoccupazione per una sempre più probabile scissione all’interno del PD.

Domenica sarà la giornata decisiva per capire quale sarà il destino del Partito Democratico. L’assemblea è stata convocata all’Hotel Parco dei Principi, dove il premier Renzi, che ricopre al contempo la carica di segretario del PD, chiederà ai ‘dissidenti’ di rispettare la linea politica del partito con un voto sulla relazione. Una mossa che potrebbe portare a galla i franchi tiratori che, secondo alcuni, da tempo si nascondono dietro figure di trincea come Stefano Fassina e Gianni Cuperlo e che metterà tutti di fronte ad una scelta: o nel PD o fuori dal PD. Intanto lo stesso Fassina non ha dubbi: ogni mossa di Renzi è calcolata verso il voto anticipato, magari nel 2015. Prima però c’è la questione legge elettorale da sbrogliare, ma dai segnali lanciati dal Parlamento neanche per questo Natale l’Italia potrà averne una. Gli emendamenti da esaminare sono più di 10.000, i contrasti troppi e quanto accaduto nelle piazze nella giornata di ieri forse non aiuta nemmeno. Da domenica, però, forse qualcosa comincerà a smuoversi. Per lo meno all’interno del Partito Democratico.

Maria Stella Rossi