Nei giorni in cui la cronaca riporta dettagli sempre più inquietanti delle indagini su Mafia Capitale è quasi banale chiedersi cosa accadrà adesso a Roma. Il terremoto che ha sconvolto la politica capitolina ha messo in luce un rapporto tra macchina pubblica, politica e criminalità organizzata scrivendo l’ennesima pagina nera del Belpaese, oramai simbolo di corruzione e favoritismi. Nell’occhio del ciclone è finita la giunta Alemanno, per gli stretti rapporti tra l’ex sindaco del centrodestra e molti degli indagati per Mafia Capitale, ma sotto enorme pressione è anche la giovane amministrazione del sindaco Marino – in carica da aprile – al quale arrivano richieste di mettersi da parte per tornare rapidamente alle urne.

C’è da chiedersi come si possa governare con efficacia un’istituzione, in questo caso l’amministrazione comunale di Roma, oggetto di sfiducia e diffidenza a causa della vera e propria mafia che ne ha condizionato l’operato, giostrando a proprio piacimento tantissimi aspetti della vita pubblica romana.  Tra le tante personalità finite nelle sabbie mobili di Mafia Capitale, Ignazio Marino è forse una delle pochissime a non avere nulla a che fare con l’indagine, ed è per questo che il sindaco è anche il primo e più deciso sostenitore della sua giunta comunale: ha detto chiaramente che non è disposto a mettersi da parte e tornare al voto, come invece vorrebbero Forza Italia e Movimento 5 Stelle.

Marino ha tutte le ragioni per comportarsi così: non è parte di Mafia Capitale, non ha ruoli nello scandalo che sta affogando nella melma l’istituzione che rappresenta e non ha quindi alcun motivo per gettare la spugna e rimettere il futuro di Roma nelle mani degli elettori dopo poco più di otto mesi di mandato, ma la sua è una scelta giusta? Dire che non c’è bisogno di tornare al voto significa “congelare” ciò che sta accadendo e non voler affrontare le reazioni più immediate dell’elettorato, nel timore che una colpa altrui si possa ritorcergli contro. Una paura che, per quanto giustificata, indica una certa difficoltà nel rapportarsi agli elettori, ritenuti non in grado di distinguere Mafia Capitale dall’attuale giunta comunale e le responsabilità che ha nella corruzione capitolina. Marino non è l’unico a pensarla così, in Italia abbiamo un lungo elenco di personalità politiche che hanno tenuto strette le loro cariche anche quando erano coinvolti in prima persona in scandali o indagini da parte della magistratura: basti pensare al Rubygate di Silvio Berlusconi e al caso limite di Luigi De Magistris, che non ha sciolto la giunta comunale nemmeno dopo essere stato fatto (temporaneamente) fuori dalla legge Severino. Pochi, pochissimi sono invece quelli che hanno deciso di farsi da parte e ridare la parola agli elettori: perché?

Cosa costerebbe a Marino, che con la mafia non ha nulla a che vedere, dimettersi, presentarsi ai suoi elettori e chiedergli conferma del mandato, per rinnovare Roma e ripulirla dal fango col quale Mafia Capitale l’ha sommersa? Probabilmente gli costerebbe la carica, ma la perderebbe con onore e dignità.