La puntualità è ladra del tempo” è scritto in una delle 288 pagine di Oscar Wilde, dedicate alla scultorea immagine di Dorian Gray. È per questo che, evidentemente, si sente il bisogno di rubare un giorno al tempo.

Cari lettori, adesso leggerete della celebre ode “ Carpe diem ”, simulata in ragion di stile di vita: ma come mai? È davvero il racconto Oraziano su quanto sia giusto perdere la vita appresso all’oppio e al vino? Una composizione maestrale dell’avanguardia oziosa con cui oggi gli studenti giustificano il non aver studiato?

“Mentre parliamo, il tempo ostile sarà fuggito: cogli il giorno fidandoti il meno possibile del domani”.

Nella trasformazione temporale subita, Orazio potrebbe essere un leader incontrastato del “vivi e lascia vivere” o peggio “vivi e lascia morire”; ma l’etimologia di questa filosofia racchiudeva un concetto esprimibile in infinite idee, che non potrebbero certo ridimensionarsi all’espressione “cogli l’attimo”: come se fosse l’ultimo, irripetibile, irrinunciabile.

Tra le righe dell’ode di Orazio un senso stretto della vita in sé non lo si trova. Ma alcuni termini strategici ci offrono l’opportunità di sedere e riflettere: Sii saggio e filtra il vino, e recidi la speranza lontana, perché breve è il nostro cammino”.

Già sappiamo che la saggezza appartiene ai filosofi stoici che cumulano l’esperienza dell’orazione e dell’insegnamento; e sappiamo anche che il termine “filtrare” vuol dire catalogare ciò ch’è valido di verità da ciò che invece trae in inganno. Inoltre la “speranza lontana” potrebbe essere sinonimo di mera illusione nel vivere di ricordi, o ancora, fantasie riconducibili ai miti.

Mentre invece “breve è il nostro cammino”: quindi, analisi della poesia a parte, il senso stretto del componimento dovrebbe stare nella consapevolezza di trascorrere ogni giorno verso la morte materiale di noi. E siccome non ci è dato sapere –in senso epicureo– ciò che diverremo (mentre di ciò che non saremo più parmenideamente neanche lo analizzeremo) allora lasciamoci accanire dalla vita, trattandola con la prudenza che esitiamo quando abbiamo di fronte qualcosa di irripetibile, senza quindi poterci permettere di errare.

Orazio immetteva il cogliere l’istante ma attraverso la saggezza e la prudenza, attraverso quindi lo stoicismo dell’essere poeta e filosofo, ripristinando l’ignoranza socratica che ogni uomo deve ammettere e metabolizzare di fronte alla morte, l’unica certezza estratta in un tema d’incertezze.

“Carpe diem”, colgo il giorno dal tempo, lo incalzo prima che questo incalzi me, cerco di dominarlo a mio piacimento prima di averlo perso, perché poi sarebbe perso per sempre. E nessun giorno, d’altronde, ci verrà mai restituito. L’ode ci rivela che siamo noi a costituire o decomporre la realtà che ci sommerge. Non possiamo controllare il tempo perché non possiede la funzione di replay, però possiamo essere parte di un arco cronologico e cercarne di istaurare un nesso logico, tra ciò che ci consentono le nostre capacità in relazione ai meccanismi esterni, alle lancette dell’orologio che ci opprimono in un limite creato convenzionalmente da noi stessi.

La citazione di Wilde, “la puntualità è ladra del tempo”, è vera. In fondo forse ciò che conta non è tanto arrivare puntuali ad un appuntamento o finire puntualmente il solito lavoro da sbrigare, quanto più farlo con la dedizione che ci sprona nell’attivare ogni giornata verso l’amore nel fare le cose, per il gusto di farle, e colmare così le giornate vuote, cogliendone pienamente ogni attimo.

Alessandra Mincone