Subito il dato più drammatico e, per certi versi, non sorprendente: il debito pubblico sale di 87,7 miliardi. Ai più potrà sembrare una notizia scontata ma, viste le innumerevoli riforme di spending review negli ultimi, a quanto pare  ad oggi, non vi è stata alcuna inversione di tendenza. Si continua a spendere e i risultati si vedono. Il debito pubblico italiano è aumentato ancora e tale aumento deriva in gran parte dalla crescita del fabbisogno della pubblica amministrazione centrale (+25 mld). Le amministrazioni locali vanno in controtendenza: il loro debito diminuisce di 1,5 miliardi, mentre quello degli enti di previdenza è rimasto sostanzialmente invariato.

Questo è quanto si deduce dal Bollettino statistico di Bankitalia che, tra l’altro, evidenzia come le entrate tributarie siano rimaste stabili nei primi dieci mesi del 2014. L’aumento registrato avrebbe anche potuto essere più elevato se l’emissione di titoli sopra la pari, l’apprezzamento dell’euro e gli effetti della rivalutazione dei BTP non avessero contenuto l’incremento del debito per 8,4 miliardi.

Nel fabbisogno dei primi dieci mesi, ha osservato via Nazionale, ha anche inciso per 4,7 miliardi il sostegno finanziario ai Paesi dell’area euro. Complessivamente, la quota di competenza italiana del sostegno finanziario ai Paesi dell’area era pari alla fine dello scorso ottobre a 60,3 miliardi. Sempre secondo quanto comunicato da Bankitalia, è diminuito il portafoglio di titoli di Stato italiani detenuti da investitori stranieri nello scorso mese di settembre. Il controvalore dei titoli detenuti da investitori non residenti risultava, infatti, pari a 682,699 miliardi di euro dai 686,825 miliardi di fine agosto. In base ai calcoli Reuters su dati di via Nazionale, la quota dei titoli del debito pubblico italiano in mano a investitori esteri è passata a settembre al 37,9% dal 37,8% del mese precedente. Segno quindi di minor fiducia nelle capacità del Paese di venir fuori dalla crisi che lo attanaglia?

Anche perché emerge con sempre maggior chiarezza come gli apparati centrali dello Stato sembrano non riuscire ad intraprendere quella “cura dimagrante” fatta non soltanto di tagli alle spese, ma anche di maggior efficienza dell’azione amministrativa. Questa incapacità finisce per tradursi inevitabilmente in costi che poi si riflettono sull’intero sistema Paese. Forse bisognerebbe ricalcare le orme delle amministrazioni locali viste le performance in positivo con la riduzione dell’indebitamento. Ma non si dimentichi che le suddette amministrazioni sono oggetto di feroci tagli ai trasferimenti che si riflettono inevitabilmente, nella loro capacità di indebitarsi.

Francesco Romeo