Nell’ultimo numero di History in Making avevamo trattato la corte di Luigi XIV e la trasformazione della vecchia nobiltà cavalleresca in qualcosa di completamente diverso. In questo numero, invece, si andrà a ritroso: l’analisi verterà, infatti, sulla nascita della nobiltà e, in stretta connessione con essa, sulla nascita della cavalleria e dell’influenza dei suoi valori nella società odierna.

La fonte per questo numero sarà costituita da “La società feudale” di Marc Bloch, la più famosa opera sul feudalesimo.

La nascita della nobiltà cavalleresca

Fino al XI secolo la nobiltà non costituiva una classe giuridica a sé stante e la parola “nobilis” non indicava ciò che noi intendiamo con nobile.[1]

Ciò che lo caratterizzava era la vocazione: egli doveva consacrarsi anima e corpo alla sua funzione specifica, quella di guerriero. Il nobile aveva quale caratteristica propria di essere un guerriero meglio armato e professionale. Combatteva a cavallo e con l’equipaggiamento integrale (lancia e spada, elmo, scudo e armatura). Non era il solo cavallo a fare il cavaliere, ma l’unione del cavallo e dell’armamento completo. Il perfezionamento di quest’ultimo, dopo l’epoca franca, reso allo stesso tempo più costoso e più difficile da maneggiare, aveva chiuso sempre più rigorosamente l’accesso di questo modo di combattere a chiunque non fosse ricco, o fedele d’un ricco, e uomo del mestiere. [2]

Cerimonia di adoubement

Dalla seconda metà del secolo XI in poi vari testi cominciano a menzionale svolgimento di una cerimonia destinata a “fare un cavaliere”. La cerimonia aveva il nome di adoubement, come illustrato da Marc Bloch. Via via che gli ambienti cavallereschi avevano acquistato chiara coscienza di ciò che li separava dalla massa “senza armi”, era sentito come necessario il bisogno di sanzionare, per mezzo di un atto rituale, l’ingresso nella cavalleria, che diventava, quindi, un corpo d’élite di combattenti.[3]

Il cavaliere trovava nella guerra un rimedio contro la noia. La vita di ogni giorno, per loro, cadeva spesso in una grigia monotonia. Ne nasceva così una brama di distrazioni che, quando non trovava alimento sufficiente nel suolo natale, cercava appagamento in terre lontane, da cui la partecipazione a Crociate e spedizioni lontane.[4]

Il nobile nulla aveva di un agricoltore. Le distrazioni nobili per eccellenza recavano l’impronta di uno spirito guerriero. La caccia, anzitutto, che non era solo uno sport, poiché era un’età in cui la cacciagione teneva un posto predominante nell’alimentazione carnea, specie dei ricchi. Poi i tornei, nati nel Pieno medioevo. L’imitazione della guerra serviva ad allenare le truppe e a svagarle.[5]

Tali atteggiamenti si scontravano nettamente con il messaggio cristiano. La Chiesa disprezzava non poco il carattere aggressivo della vita cavalleresca. Infatti i cavalieri si rendevano spesso autori di razzie e saccheggio. Addirittura per alcuni storici le Crociate sono state viste come un mezzo per scaricare le tensioni dei cavalieri.

I valori della cavalleria: la cortesia e l’amor cortese

Una classe così nettamente definita dal genere di vita e dalla supremazia sociale si diede un proprio codice di vita. Il termine che designa l’insieme delle qualità nobili per eccellenza è “cortesia”, derivato da “corte”.[7]

La religione esercitò una potente azione sugli ideali morali del mondo cavalleresco. Si esaltavano la liberalità, la ricerca della gloria, il disprezzo del riposo, della sofferenza e della morte. Il cavaliere deve usare la spada per buone cause: difendere la Chiesa contro i pagani, proteggere le vedove, gli orfani, i poveri, combattere i malvagi. La Chiesa, assegnandogli un compito ideale, legittimava l’esistenza dell’ordine cavalleresco.[8]

Lancillotto e Ginevra

In questo momento, insomma, la nobiltà acquisisce i suoi tratti distintivi: alla funzione primaria propria dei cavalieri, ossia quella di combattere, si aggiunge la morale cristiana. Tale fenomeno è riscontrabile facilmente nella letteratura epica medievale: i protagonisti del ciclo carolingio (le cosiddette Chanson de geste), come quelli del ciclo arturiano, sono paladini caratterizzati da tutte le migliori virtù cavalleresche, oltre che dai valori cristiani.

Un fenomeno apparentemente così lontano ha, in realtà, avuto un impatto fortissimo sull’evoluzione della società occidentale e continua ad influenzare il nostro mondo. Se la nobiltà ha cessato di ricoprire il ruolo di élite di potere, a causa di un processo di lunga durata iniziato con la nascita della società di corte, e quindi con il loro depotenziamento a favore della burocrazia, sono ben vivi i valori che li ispiravano: da una parte quelli precedentemente legati alla guerra, come il coraggio, che hanno acquisito un nuovo significato; dall’altra parte, soprattutto, i valori cristiani, consistenti nella difesa dei più deboli, e l’amor cortese: cos’è, per l’appunto, il corteggiamento, se non la riproduzione fedele dei meccanismi che si instauravano fra dama e cavaliere nel Duecento? Non a caso, in effetti, la parola “cavalleria” indica un modo di relazionarsi alle persone del sesso femminile caratterizzato da modi gentili.

Nonostante il Medioevo sia finito da un bel pezzo, non pochi tratti della mentalità medievale, e, nello specifico, cavalleresca, sono rimasti vivi sino ad oggi, a dimostrazione che l’eredità di un periodo erroneamente considerato epoca buia è più ricca di quanto si possa pensare.

Davide Esposito

 

Note

[1] Bloch., M., La società feudale, pag. 326

[2] Ibid., pag. 330-332

[3] Ibid., pag. 354-359

[4] Ibid., pag. 333-339

[5] Ibid., pag. 343-346

[7] Ibid., pag. 346-353

[8] Ibid., pag. 359-362