Cari lettori, benvenuti a questo nuovo ed ultimo appuntamento dell’anno con la rubrica “The economist corner”. Oggi, come promesso nella seconda parte, discuteremo del Trattato europeo più strumentalizzato: il fiscal compact.

Spesso nei talk show ne avrete sentito parlare col nome di “Patto di stabilità” al grido “L’Europa ci chiede di tagliare 50 miliardi all’anno”. Ecco i punti salienti del trattato, stilato nel 2011 e approvato nel 2013:

1. Contenimento del rapporto deficit/pil al 3%;

2. Obbligo di mantenimento della soglia debito pubblico/pil sotto il 60%;

3. Obbligo, per chi non in possesso del punto 2, di conseguirlo tramite taglio alla spesa pubblica di un ventesimo ogni anno, per due decenni;

4. Introduzione tobin-tax;

5. Approvazione in Costituzione del pareggio di bilancio;

6. Mantenimento dello 0,5% di passività pubbliche per i Paesi sopra il 60% nel rapporto debito-pil e dell’1% per gli Stati al di sotto.

Alla domanda “In base a quali criteri economici avete scelto il tetto del 3% nel rapporto deficit/pil?”, un economista rispose “Perché 3 è minore di 4 e maggiore di 2”. A parte la “simpatia” spontanea – proprio – per questo burlone, è fondamentale distruggere un’altra baggianata raccontata dalla TV, ossia “L’Europa e la Germania hanno approvato il fiscal compact”, perché il trattato fu stilato da Presidenti del Consiglio e Ministri delle Finanze di 24/25 nazioni UE, poi ratificato di Paese in Paese. Addirittura il Parlamento Europeo non poté opporsi alla misura in quanto può respingere o approvare solo Regolamenti e Direttive proposte dal Consiglio Europeo ma, in una mozione a larga maggioranza, espresse il suo parere contrario. Curiosità: solo l’Irlanda indisse un referendum per l’approvazione ed il 67% degli Irlandesi fu favorevole. Inghilterra e Repubblica Ceca si dichiararono fermamente contrarie; la prima soprattutto a causa della tobin tax (tassa sulle transazioni finanziarie), che avrebbe dovuto diminuire la speculazione finanziaria, riducendo gli scambi della borsa economica londinese (la più grande al mondo per liquidità).

Si dichiararono contrari anche i premi Nobel per l’economia Kenneth Arrow, Peter Diamond, William Sharpe, Eric Maskin e Robert Sol i quali inviarono un appello al Presidente Obama specificando “Misure di contenimento della spesa avranno effetti perversi in caso di recessione, essendoci un minor gettito fiscale dovuto alla contrazione del pil e maggiori spese in sussidi. Questi aumentano il deficit ma tengono viva l’economia limitando la diminuzione di reddito disponibile”. 

Queste parole riassumono perfettamente la nostra situazione: abbiamo un minor gettito fiscale perché il reddito nazionale è in diminuzione da due anni, quindi minori entrate fiscali. Per rispettare il patto e mantenere lo stesso rapporto deficit/pil, essendo diminuito il denominatore, occorre una diminuzione del deficit (numeratore) tagliando la spesa pubblica o aumentando la tassazione. Terminato il periodo sterile dei tagli lineari infruttuosi, si è optato per un’altra misura: l’aumento della pressione fiscale. Dato che il livello di consumo non è fisso ma variabile a seconda di disponibilità economiche ed imposte, è ragionevole supporre che ad un aumento delle imposte corrisponda una diminuzione dei consumi perché l’incremento della pressione fiscale determina una diminuzione (seppure non esplicita) della retribuzione. Non ci vuole di certo un economista per spiegare che uno stipendio minore determinerà una spesa minore. A supporto di quanto sostenuto c’è il premio Nobel per l’economia, Paul Krugman, che dichiarò “Il pareggio di bilancio distruggerà lo stato sociale”: ecco spiegati i tagli ciechi a sanità e scuola e le “gabelle” da record.

Perché i partiti e movimenti anti-euro ripetono continuamente “7 Nobel per l’economia sono contro la moneta unica” e non parlano “semplicemente” di eliminare questi vincoli piuttosto che l’euro? Vuoi vedere che forse, ma dico forse, stanno cavalcando un’onda populista sulla nostra pelle? Effettivamente è molto semplice dare tutte le colpe all’UE, d’altronde a noi Italiani possono togliere tutto fuorché la possibilità di lamentarci e poterci cimentare nello sport olimpico in cui siamo primatisti da sempre: lo scarica-barile.

Sarebbe stato molto più semplice e meno distruttivo approvare una tassa patrimoniale perché una persona del ceto medio-basso tenderà a spendere il 100% del suo reddito, mentre una persona che guadagna 1 milione di euro l’anno, o più, difficilmente spenderà tutta la sua ricchezza. È ragionevole tassare di più chi, per forza di cose, spende meno piuttosto che quanti consumano tutto quanto guadagnano, soprattutto considerando che l’intero ceto medio (il 90% degli Italiani) spende complessivamente cifre nettamente superiori a quelle dell’intero ceto medio-alto (il 10% degli Italiani).

La prossima volta discuteremo di: evasione, corruzione e tassazione. Il numero successivo sarà pubblicato il sette gennaio. Buone feste.

Molti mi stanno chiedendo il link della prima parte: cliccate qui e della seconda (clicca qui).

 Ferdinando Paciolla