Venerdì 12, sabato 13 e domenica 14 dicembre, sul palco del Teatro Nuovo Sanità, in piazzetta San Vincenzo a Napoli, l’associazione culturale En Art ha portato in scena Se Steve Jobs fosse nato a Napoli, traduzione teatrale dell’omonimo caso letterario del giornalista campano Antonio Menna, scritta da Mauro Di Rosa e diretta da Pasquale Ioffredo.

Alla luce fioca di una lampada a neon, dietro la serranda di un garage che affaccia su uno dei tanti vicoli che si arrampicano lungo i Quartieri Spagnoli, Ge’ (Alessandro Errico) e Ste’ (Mauro Di Rosa) lavorano ad un computer (Q, perché vessillo issato per il riscatto della zona) che promette di rivoluzionare l’esperienza tecnologica: il primo assembla la macchina, il secondo ne disegna le forme, sfruttando, così, un talento mal riposto negli studi universitari di architettura.

I due Stefano sono le ipotetiche versioni partenopee di Steve Wozniak e Steve Jobs, che un capriccio del fato ha voluto nel cuore di Napoli anziché nella periferia di San Francisco. Ma, in questo modo, alle spaziose strade della Silicon Valley per il successo, si sostituiscono le traballanti passerelle italiche tra un fallimento e l’altro.

La scenografia è essenziale, seppur suggestiva. Sul palco, nella quasi totalità della rappresentazione, sta un semplice appendiabiti, che simboleggia la porta dalla quale il sistema fa irruzione nelle ostili fogge dell’autorità precostituita per il benessere collettivo: prima un direttore di banca riluttante a sobbarcarsi il rischio dell’impresa e un funzionario pubblico traffichino (entrambi interpretati da Pasquale Ioffredo), poi una donna in carriera senza scrupoli e un politico disonesto (Chiara De Crescenzo per l’una e l’altro), quindi due agenti di polizia corrotti (Licata Demi e Pierpaolo Stellato), infine la camorra, nei familiari tratti somatici della gente del quartiere. Insomma l’Italia che divora i suoi talenti con un apparato legislativo ipertrofico, signorotti locali, una scarsa propensione all’innovazione, gli abusi di potere, la malavita.

All’improvviso le porte diventano quattro per comporre una gabbia dalle pareti sempre più strette. Un angosciante ritmo incalza. Sui due, gli spettri dei figuri. Un forte abbaglio folgora gli spettatori. Infine la morsa letale.

Quando cala il sipario e si accendono le luci, lo spettatore è frastornato e ammutolito, amareggiato e arrabbiato. Ma già dopo pochi secondi, nello scorrere lo sguardo lungo le pareti di quell’ex convento restituito, con chissà quali e quali sforzi, alla collettività, acquista la convinzione che alla schiusa dell’uovo di Virgilio, che nella storia segna il triste epilogo dei due giovani, seguirà l’attesa Nemesi, e interminabili schiere di farabutti, presi senza distinzione di classe o epoca di appartenenza, traverseranno il varco per essere giudicati colpevoli del male arrecato a Ge’ e a Ste’.

Danilo De Luca