Svolta storica nelle relazioni tra Stati Uniti e Cuba: il 17 dicembre, quasi in contemporanea televisiva, il presidente americano Barak Obama e quello cubano Raul Castro hanno comunicato le intenzioni di riavvicinamento dei rispettivi governi. Nelle parole di Obama, sembrerebbe ormai superata la politica ostile e di isolamento che ormai contraddistingue i rapporti tra i due Paesi da oltre cinquant’anni. Da Washington sono giunte parole di speranza circa la volontà di porre fine all’approccio del passato, tendente all’isolamento dell’isola caraibica, e forti speranze sono state espresse sulla possibilità di ripresa del commercio tra i Paesi, insieme alla cancellazione delle restrizioni sui viaggi. Dall’Avana gli fa eco Raul nell’esprimere piena soddisfazione sulla ripresa dei rapporti diplomatici con gli Stati Uniti. A siglare la ritrovata apertura diplomatica sono state effettuate importanti scarcerazioni dall’una e dall’altra parte : Alan Gross, arrestato per spionaggio dalle autorità cubane è finalmente tornato in patria dopo 5 anni di prigionia, mentre a Cuba sono sbarcati 3 agenti dei servizi segreti cubani detenuti negli Usa per cospirazione, ma l’accordo dovrebbe comportare la liberazione di altri 53 prigionieri politici. Encomiabile la mediazione di Papa Francesco, ricordato sia nel discorso del presidente americano che di quello cubano per aver contribuito al riavvicinamento dei Paesi, attraverso gli incontri diplomatici in Vaticano ed attraverso missive indirizzate personalmente ai presidenti.

Sembrerebbe, dunque, che il clima di dialogo e di ritrovata condiscendenza sia preludio per il superamento definitivo dell’embargo, che dal 1962 costituisce l’eredità storica della profonda crisi cubana che ha tenuto il governo americano e il mondo intero sull’orlo della terza guerra mondiale, oltre che di un temutissimo conflitto nucleare.

I rapporti tra l’isola caraibica e il governo di Washington si sono, infatti, rivelati subito tesi all’indomani del colpo di Stato cubano capeggiato da Che Guevara e Fidel Castro, dissidenti del governo filoamericano di Batista. Nel 1960 apparve evidente che il nuovo regime ricercasse un assetto dichiaratamente comunista, di stampo sovietico, manifestatosi tra l’altro attraverso la distribuzione delle terre ai contadini. L’esistenza di un pericoloso nemico ideologico, supportato economicamente dall’Unione Sovietica, a poche miglia dalle sue coste, venne percepito dallo Stato americano come una terribile minaccia  a cui porre rimedio nel più breve tempo possibile. E così che già il presidente Eisenhower organizzò dei piani per spodestare il governo castrista, utilizzando gruppi di esuli cubani che avevano abbandonato l’isola all’indomani del golpe. Il tentativo fu concretamente messo in atto dal successivo presidente Kennedy, ma sfociò in una disastrosa sconfitta poco dopo lo sbarco nella Baia dei Porci. Anche il successivo tentativo di rovesciare il regime attraverso sabotaggi e attentati fallì miseramente.

Ebbene, le prime maldestre mosse politiche del nuovo presidente contribuirono a suscitare nel governo cubano e in quello sovietico la convinzione di trovarsi dinanzi ad un avversario debole e facilmente arginabile. Convinzione che portò il presidente del consiglio dei ministri sovietico, Nikita Khrushchev, a utilizzare la strategica posizione geopolitica di Cuba per fare pressione sullo Stato americano. Nelle intenzioni del leader del partito comunista, l’installazione di missili nucleari a medio raggio sull’isola avrebbe significato superare il problema delle difficoltà logistiche di un attacco nucleare, partendo dal territorio sovietico e utilizzando bombardieri intercontinentali molto imprecisi. Il retroscena politico di una tale mossa è da ricercarsi in un altro scenario politico, teatro di profonde dissidenze tra i due Paesi : il muro di Berlino. Khrushchev intendeva utilizzare i missili per minacciare il governo americano di attacco nucleare per prendere indisturbatamente Berlino ovest, che era controllata proprio dagli Stati Uniti. Oppure, barattare lo smantellamento delle testate nucleari con la consegna di quella porzione di città.

Nell’ottobre del 1962, furono registrati sospetti movimenti via mare e via terra, che fecero presagire che Cuba si stesse dotando di missili nucleari a scopo difensivo. Ma gli aerei spia americani raccolsero le prove che in realtà i Sovietici stessero costruendo sull’isola una base per missili nucleari di media gittata. Le reazioni che furono prospettate erano delle più disparate : dall’occupazione dell’isola alla strada diplomatica. Alla fine il presidente Kennedy optò per un sistema di ”blocco” navale, il quale, tuttavia, fu chiamato quarantena per aggirare un ostacolo legale, essendo il blocco vietato dal diritto internazionale. Il blocco non consentiva il passaggio di navi militari o che trasportassero contenuto bellico. L’apice delle tensioni fu raggiunto quando un sottomarino sovietico cercò di forzare il blocco e venne respinto da bombe di avvertimento da parte di una nave da guerra americana. Ma il sottomarino trasportava ben 15 testate nucleari e solo il ripensamento del comandante di non sganciarle in quel momento ha salvato il mondo dall’inevitabile catastrofe.

Mentre l’invasione di Cuba era considerata ormai certa, gli aerei americani sorvolavano pericolosamente il territorio sovietico e Khrushchev si diceva convinto dell’utilizzo dei missili, finalmente arrivarono trattative di pace : l’Unione Sovietica avrebbe smobilitato la base e gli Stati Uniti avrebbero smantellato i missili in Italia e in Turchia.

Successivamente, la scomparsa dell’URSS ha aggravato notevolmente la situazione economica di Cuba rendendo manifesta la realtà del fallimento sostanziale della rivoluzione castrista. Di questo si è reso consapevole Raul Castro, subentrato al fratello nel 2006, che ha subito improntato una politica più duttile e aperta nei confronti degli Stati Uniti.

Ed i risultati della maggiore disponibilità al dialogo e al superamento decisivo della “crisi cubana” sono stati raccolti in questi giorni, sintetizzati nelle parole di Obama : “Todos somos americanos”. A testimoniare che l’appartenenza ad un unico continente sia più forte di qualsiasi dissidio ideologico.

Fonte immagine in evidenza : www.huffingtonpost.it

Raffaella De Felice