C’è stato un tempo, un luogo, che era la Grecia antica, in cui la poesia si cantava e basta. Avete capito bene, la scrittura non esisteva come sinonimo (in ogni caso azzardato) di poesia. Non è che la scrittura non si conoscesse, per carità, ma non era considerata fondante per alcuni generi letterari. In particolare la poesia per gli antichi era un momento di ascolto, attraverso il quale si apprendevano miti, storie fantastiche, e storie reali, ma passate. Così per i Greci diventavano importanti altre cose in poesia, prima fra tutte nella fase orale che non distinguessero tanto i generi letterari quanto piuttosto tra i generi di cantori.
Per gl’antichi, la parola aoidòs, attestata in Omero, Alcmane ed Esiodo , indica sia il rapsodo sia il citarodo, ma sicuramente anche altri generi di cantore (come il lirodo o lirico). In particolare il termine rapsodòs, però, indicava il cantore che recitava i poemi epici. Via via, con il passare dei secoli, il termine rapsodòs si è riferito sia all’aedo (il compositore di poemi epici recitativi) sia al rapsodo, nell’accezione che i moderni hanno dato a questo termine, che descriveva questa figura esclusivamente come esecutare dei poemi. Anticamente, infatti, la parola aedo aveva un significato assolutamente generico perché rapsodia e citarodia erano due generi poetici distinti, quindi rapsodo e citarodo costituivano i termini specifici dei rispettivi cantori. Si crea in questo un problema di comprensione di questi termini. Il significato che ha un termine per gl’antichi non è detto che sia il medesimo per i moderni. E da questo punto di vista è interessante osservare anche come allora fosse considerato diversamente il poeta. In alcune tradizioni antiche è riportata la metafora “tessere” per dire “poetare”. E come giustamente disse O. Pavese “con questa metafora i lirici volevano forse esprimere la complessa struttura dell’ode, che era composta di tanti fili come l’ordito e la trama nel telaio”. È probabile, tuttavia, che questa figura retorica possa anche significare che il cantore apponeva le formule (épea) e i temi della narrazione l’uno vicino all’altro, esattamente come i punti nell’arte del cucito. A questo punto arriviamo al nocciolo della questione; dobbiamo capire perché la tradizione epica rapsodica ha un carattere di specificità rispetto alle tradizioni degl’altri generi letterari. Cerchiamo quindi di capire cosa siano le èpea appena citate. Un tipo formulare è, sempre secondo una definizione di Pavese, un gruppo di espressioni formulari esprimenti idee differenti con valore metrico identico, e l’analogia diventa assai suggestiva quando è anche fonetica. Da ciò s’intuisce quasi l’esigenza nell’epica rapsodica di formule fisse e quindi anche di epiteti nelle cosiddette formule nome-epiteto. E che gli epiteti fossero di uso tradizionale non v’è dubbio soprattutto quando ricorrono quasi illogicamente, per cui vale di più il rigore nella ricorrenza di certi tipi formulari che un uso utile o informativo di certe parole. Altre caratteristiche che identificano gli epiteti fissi sono la genericità e che siano ornamentali, i quali servivano a descrivere in modo generale e chiaro il contesto entro cui le vicende venivano collocate. E a questo punto ci si chiede: se la poesia doveva essere cantata e rispettare rigidamente certe strutture, gli aedi da chi imparavano la dizione dei canti epici? Parry è stato probabilmente il primo ad aver pensato che gli aedi insegnassero ai loro colleghi non solo certe formule stereotipiche ma anche proprio la dizione. E attraverso quella che è stata definita una tecnica generativa, essi operavano attraverso precisi artifici come la sostituzione, l’ampliamento, la dislocazione, la separazione e la modificazione; nonostante ciò ricorrono nelle fonti alcune formule equivalenti, che cioè hanno uguale significato e valore metrico.
Anche se ora tutto questo mondo di formule, oralità, rigide (ma non troppo, non fatevi ingannare) tradizioni, sembri impossibile, così come pensare che l’Iliade, l’Odissea, Le Opere e i Giorni, e molte altre opere siano state tramandate oralmente per molti secoli, penso che gl’antichi non avrebbero mai commesso un gravissimo errore: non avrebbero mai rinunciato al suono della poesia. Essi sapevano, anzi, che la poesia è materia viva, e ci deve far sentire qualcosa dentro, come una voce.

Lisa Davide