Siamo distanti esattamente di una settimana da quando l’ansa ha sperperato le dichiarazioni del premier Matteo Renzi riguardo la candidatura della Capitale, come probabile sede dei giochi olimpici per il 2024.

L’ipotesi di questa decisione desta varie preoccupazioni, considerando che la Grecia nel 2004, per la tentazione di avere “rovine moderne”, ha vittimizzato i portafogli dei cittadini con la cifra non indifferente di 7,2 miliardi di euro, cadendo pochi anni dopo in un baratro economico da cui non riesce tutt’ora a risollevarsi.

Il complesso di Atene utilizzato per le Olimpiadi, d’altronde, non è l’unica struttura rimasta inutilizzata una volta terminati i giochi sportivi invernali: in Italia basti pensare al Villaggio Olimpico di Torino 2006 adibito oramai a centro di smistamento per la droga. Quando questa struttura fu realizzata, l’intento era di unire l’utile al dilettevole, lasciando immaginare che una volta terminate le varie gare, quegli spazi sarebbero stati messi a disposizione dell’intera comunità, sponsorizzando vari progetti in ambito culturale e sociale. Ma “qualcosa è andato storto”, afferma Marco Sampietro, ex Ministro delle Finanze del comitato organizzatore di Torino 2006. E ad oggi dichiara che “a prescindere da come vengono organizzate, le Olimpiadi non sono mai il modo migliore per spendere denaro pubblico”.

Furono impiegati fondi per un complesso ,le cui società di gestione proprietarie andranno in liquidazione nell’anno 2016 . Dopo le Olimpiadi il Villaggio sportivo fu ceduto alla Fondazione 20 Marzo 2006, ente pubblico incaricato da Comune, Provincia e Regione. Quando successivamente il complesso fu spezzettato per essere fonte di credito del Comune di Torino, il quale, senza badarci troppo, ne concesse vari spazi a banche e società private svalutandone ulteriormente i costi complessivi, lasciandolo comunque in uno stato di abbandono totale.

Tuttavia negli anni 2000 un comitato d’organizzazione presentò delle soluzioni alternative alla costruzione della pista olimpica del bob del Cesana, poco utile e fruitiva a lungo andare, proponendo di effettuare le gare sulla pista francese La Plagne, ma senza ottenere considerevoli appoggi pratici. Furono spesi 140 milioni di euro, ma la pista è stata saccheggiata di tutto il rame e nell’anno 2010 è stata chiusa definitivamente.

Per quanto invece riguarda l’impianto di sky jumping di Torino 2006, allora fu sconsigliata anche dal Cio: costò 37,3 milioni di euro con un impegno di manutenzione annuale pari a 1.161.226 euro. La struttura non ha mai riscontrato vantaggi importanti così come lo stesso hotel dal costo di 20 milioni di euro e l’impianto biathlon di Sansicario di 6 milioni di euro.

L’ultimo piano di investimenti congeniati dalla Fondazione 20 Marzo risale allo scorso Aprile, e comprende il versamento di 16 milioni di euro per la riqualificazione degli spazi in dotazione.

L’Arena dell’Oval dove ci furono le gare di pattinaggio, attualmente, è in dotazione ad una società francese, che l’ha proposta raramente come sede di iniziative culturali. Anch’essa è stata infatti lasciata all’abbandono completo.

Fare dei conti su quanto è stato perso sarebbe assurdo quanto impossibile: furono stanziati in totale 3,5 miliardi, due terzi dei quali provenienti dalle casse pubbliche dello Stato, gestiti poi dall’Agenzia Torino 2006, mentre i proventi dagli sponsor furono maneggiati dal Toroc. Nel 2016 verranno liquidate: la prima con circa 50 milioni per garantire una nuova riqualificazione degli impianti; la seconda con un attivo di circa 2 milioni.

Non resta che riflettere su un quesito interessante, proposto dal segretario Leghista Salvini: “C’è ancora aperto il fascicolo su Mafia Capitale e vogliamo candidare Roma alle Olimpiadi?”

Alessandra Mincone