Tempesta perfetta” è l’espressione di cui si sono servite alcune testate giornalistiche internazionali per tracciare il quadro dell’attuale situazione in cui versa l’economia russa: nello specifico, il vortice recessivo che sta stritolando Mosca sarebbe dato dalla stretta concomitanza tra il crollo del greggio e le sanzioni internazionali imposte in seguito alla crisi ucraina.

Nel giro di un anno, dai primi tumulti che stavano scuotendo una Kiev ancora sotto il controllo di Yanukovich, la Russia è passata da una prospettiva di crescita dell’1,5% al più critico isolamento politico degli ultimi 25 anni: i dati dipingono, infatti, un quadro drammatico che riporta direttamente al periodo del crollo dell’Unione Sovietica.

Una crisi politica che dura da circa un anno sta, ora, cominciando a svelare il volto delle sue drammatiche conseguenze economiche. Il crollo del prezzo del petrolio rappresenta, ora, solo la punta di un iceberg reso ben solido dalle sanzioni che Stati Uniti ed Unione Europea hanno cominciato ad applicare dal principio della crisi sul Donbass e che si sono poi intensificate in seguito all’abbattimento del volo Malaysia Airlines MH 17.

Negli ultimi mesi, l’atteggiamento di Vladimir Putin si è fatto più cauto e non ha negato a priori prospettive di apertura. Il Presidente russo ha, infatti, smesso di negare il coinvolgimento diretto delle sue unità militari nell’istituzione del referendum che ha reso russa la Crimea, ha ritirato le truppe dal confine ucraino ed ha aperto al dialogo col presidente ucraino Poroshenko; ma non è bastato. La stretta morsa in cui Putin si è venuto a trovare in Australia durante il G20, conclusasi con la sua tempestiva fuga da Brisbane, ha reso chiare le intenzioni dell’Occidente di non tornare sui propri passi.

Tutto ciò ha portato ad una recessione che vede riflessi i suoi picchi nella svalutazione del rublo pari a circa il 45% del suo valore (oggi un euro vale 85 rubli) e che si inasprisce ulteriormente a causa del crollo del prezzo del petrolio, in un paese che ha il 50% dei suoi ricavi fiscali nel settore energetico e in cui, sostengono alcuni operatori, la quotazione al barile dovrebbe raggiungere circa i 110 dollari per pareggiare il bilancio nel 2015.

Certe chiare debolezze dell’economia russa sono visibili proprio in relazione a questo e una parte del problema prescinde dall’incancrenirsi della crisi ucraina, affondando le sue radici in disagi puramente strutturali della macchina finanziaria di Mosca. Già il fatto che un paese sia strettamente dipendente dalle esportazioni di gas e petrolio costituisce un rischio; se, addirittura, quelle stesse esportazioni sono poi controllate esclusivamente dallo Stato, la prospettiva di una recessione critica in tempi bui si fa ancor più minacciosa, complice la strategia del governo di non incentivare la piccola e media imprenditoria che potrebbe, almeno, mantenere il treno dell’economia nazionale sui propri binari.

Il crollo del rublo nella Russia di fine 2014 deve, inoltre, fronteggiare una crescita dell’inflazione dovuta all’aumento dei prezzi di alcuni beni di prima necessità, agroalimentari su tutti, che è la conseguenza diretta del blocco delle importazioni da USA e UE voluto da Putin. La prospettiva dell’economia russa nell’immediato futuro vede, infatti, austerità ed autarchia andare a braccetto: incentivare la produzione locale è l’unico piano possibile, promosso dalle autorità e addirittura dal sito del governo, per far si che le gelate economiche di questo Natale non si protraggano per tutto il corso del prossimo anno.

Cristiano Capuano