La Tunisia, paese cui Freedom House (Ong americana) designa il ruolo di guida delle primavere arabe del 2011, si accinge al primo voto per elezione presidenziale in regime di libertà. Sono passati solo quattro anni da quel 17 dicembre 2010 che diede il via all’ondata di ribellioni che, con effetto domino, avrebbero messo in crisi l’ormai consolidato dispotismo che governava il paese. La Tunisia, che oggi va per la terza volta nel giro di soli due mesi al voto per il ballottaggio delle presidenziali, non è uno stato solido con un’economia fiorente ma è tuttavia riuscita a dare segnali di volersi scrollare di dosso il passato.

Dopo il successo dei partiti islamici avvenuto nell’ottobre del 2011 la Tunisia che va al voto oggi (e sono 5 milioni gli elettori che tornano a dare il proprio favore ai seggi) si trova davanti due nomi: uno è quello di Nidaa Tounes Beji Caid Essebsi, l’altro quello di Moncef Marzouki.
La prima, 88 anni, si schiererebbe idealmente sulla stessa linea dell’ex dittatore Ben Ali sotto il quale ha portato avanti una lunga carriera. Lo sfidante Moncef Marzouki, 69 anni, è il presidente uscente e, al momento, è dato come svantaggiato (33,43%). Il suo nome sarebbe garanzia di difesa dei diritti umani (Marzouki è stato anche incarcerato come dissidente) e questa componente non è affatto irrilevante dato che al presidente spetta la responsabilità di difesa, esteri e sicurezza nazionale.

Sebbene abbia superato quel muro contro muro tra laici e islamisti, la Tunisia si dimostra ancora fortemente divisa al suo interno e tale scissione è testimoniata dalla massima allerta e dal dispiegamento di forze militari che sono state rilasciate per l’occasione. Sono infatti “60mila gli uomini tra esercito e forze dell’ordine: la tensione ai seggi resta alta e un uomo è morto mentre altri tre sono stati arrestati durante la notte perché hanno attaccato dei militari che sorvegliavano un seggio elettorale nella regione di Kairouane”, come si legge su La Stampa.

 

 Valerio Maggio