Eco & Narciso prende fiato con un po’ di distanza da quando si è analizzata la concezione del tempo e dell’imponente teoria del Carpe diem. E avvicinandoci agli ultimi giorni del 2014, sembrerebbe quasi imbarazzante svincolarci dai soliti auguri di gioie e piene festività pronte ad inaugurare il 2015. Se non fosse questa, però, una rubrica di filosofia.

Siamo di fronte al nuovo anno che sfugge, agli inviti di consuetudine e divertimento con cui ci si prepara all’imminente evento epocale, nella routine dell’imperdibile e dell’incontestabile; ognuno intento nell’esagerazione di esibirsi inconscio della propria ebbrezza, così per onorare il fattore postulante dell’occasione unica.

E s’avvicina pressappoco il capodanno: come il susseguirsi di un rito dove ci si propone nuovi pionieri di soggettivi ideali imminenti; come la fatidica ed opportunistica volontà di dimostrarsi pronti per l’inizio di una qualsiasi cosa, che in realtà non ci affascina ma ci spaventa quasi, percuotendoci nel fastidio con cui cavalchiamo a forza questa gioia, quasi ad evitarne il soggiogamento cronologico e trasformarlo in condizione di omologante celebrazione.

Ma d’altronde, perché il capodanno non lo si festeggia ogni mattina? Perché non ad ogni alba, così come il trentuno dicembre ad ogni tramonto del giorno? Perché il capodanno lo riteniamo più importante del solstizio di primavera, ed il primo atto compiuto con orgoglio non lo consideriamo degno di supernova di champagne?

Bergson Henri, filosofo francese del XX secolo, fu famoso per aver elargito il flusso dello “slancio vitale”. Questo concetto filosofico rappresenta la volontà di porsi di fronte alla realtà attraverso una forza sovversiva alla cronologia, che tenga  poca importanza e rendiconto degli accadimenti esterni che si sdruciano nel mondo, lavorando sull’energia interiore con cui si approda all’esigenza di creazione.

Un’esigenza che nasce dall’individualismo spirituale, concepita in contrapposizione ai fattori storici coesistenti del positivismo e del pensiero spalleggiante l’evoluzionismo tecnologico. Ma un’esigenza di creazione che sia comunque mutevole nel tempo, quasi frammentata tra la quotidianità settimanale e i cambiamenti climatici stagionali dell’umanità. Che sappia trapelare gli inizi reali della vita stessa, lontano dalle percussioni esterne che compromettono il normale scorrimento delle lancette, l’ovvia continuità delle acque in panta rei.

Si vede l’inizio come un accadimento naturale, un processo in cui ogni gesto possa sembrar essere libero dalle valvole dogmatiche e dagli stereotipi calendaristici; e la coscienza, attraverso l’atto, diventa amica di una materia finalistica, ma solo successivamente al suo adempimento effettivo. Questa coscienza provoca la materializzazzione stessa, la quale fa voce all’unità organicistica in cui se ne racchiudono gli aspetti contraddistinti, esprimendo in primis la possibilità di sceglierne l’essenza in divenire, l’ingranaggio comunemente definito libertà arbitraria.

Come interminabile strascico della filosofia del divenire, nel limite dell’originaria ricerca primordiale delle vaste essenze, forse Eraclito tutto sommato non la vedeva proprio sbagliata: la storia si ripete, ma tutto scorre. Esiste una precisa sensazione che si scorge senza intermediari; rielaborando questi concetti nell’attualità, sempre si raccatta qualche spunto di riflessione su come il passar del tempo in sé, sia un qualcosa di concepito oramai differentemente dagli uomini (che facciano o subiscano la storia). Sarebbe comunque riduttivo, attingere con un po’ di filosofia allo sfarzo di tutte le adorate festività. Tra le considerazioni presentate nel contesto attuale, più chiare di ciò che ho cercato di esprimere attraverso limitati ed essenziali concetti di Bergson, ricordiamo un articolo di Antonio Gramsci pubblicato nel 1916 sull’Avanti:

“I capodanni fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi (…) La data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante (…) Voglio che ogni mattina sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse.”

Alessandra Mincone