Nelle scorse settimane si è a lungo parlato delle votazioni del Presidente della Repubblica Greco, il cui fallimento ha portato alla fine anticipata della legislatura e ad indire nuove elezioni del Consiglio dei Greci (il parlamento monocamerale ellenico) per il 25 Gennaio. L’incertezza politica generata da questo avvenimento ha portato i principali quotidiani europei in uno stato di eccitazione tale da lasciare spazio a congetture della più varia natura, legate a più o meno veritiere indiscrezioni provenienti dai più disparati ambienti. I motivi alla base dell’interesse suscitato dalla situazione politica greca sono semplici e di immediata comprensione, la Grecia tra i PIGS è quello che ha ricevuto il maggior ammontare di aiuti economici, consistenti in due interventi di salvataggio il primo varato agli inizi del 2010 e consistente in 110 miliardi di Euro ed un secondo piano di salvataggio da 130 miliardi attuato nel 2012 entrambi inseguito all’adozione di una serie di misure restrittive suggerite dai creditori (FMI, BCE e UE) quali la riduzione del 20% dei salari minimi, il taglio delle tredicesime nel pubblico impiego e nel privato, il taglio delle pensioni complementari ed aumenti generalizzati delle imposte indirette e, nonostante ciò ha ancora i peggiori fondamentali macroeconomici, continua a presentare il peggior dato sulla disoccupazione giovanile (superiore al 50% nell’ultimo quarto del 2014) ed a causa del crollo della domanda interna e del generale andamento dei prezzi nell’UE ha la contabilità nazionale bloccata in un circolo vizioso per il quale ad una manovra economica restrittiva è seguita una riduzione dei consumi e dei prezzi tale da richiedere ulteriori manovre restrittive a causa del maggior costo reale del debito. Insomma, la Grecia rappresenta l’emblema della soluzione europea alla crisi del debito sovrano, il suo fallimento o la sua ripresa saranno rappresentativi dell’efficacia delle politiche di austerity e da ciò sembra dipendere il futuro dell’Unione Europea nel suo complesso.

Non deve sorprendere quindi che nei programmi elettorali dei partiti che si presentano per il 25 di gennaio abbia trovato un posto di primaria importanza il rapporto che i cittadini ellenici vorrebbero esistesse tra il nuovo governo e le istituzioni politiche europee e non stupisce che i vari candidati si distinguano in virtù di un atteggiamento più o meno accomodante verso queste.
Gli ultimi sondaggi continuano a penalizzare la condotta equivoca del Pasok (partito socialista aderente al PSE e facente parte del governo di larghe intese che ha governato negli ultimi due anni) mentre premiano i candidati più coerenti riguardo il loro atteggiamento nei confronti dei creditori, riconoscendo una buona base elettorale al partito liberal-conservatore del premier uscente Antonis Samaras, il quale ha basato il proprio governo sul costante perfezionamento dell’intesa con Berlino (primo creditore dello Stato greco).
Il vero primo ministro in pectore a tre settimane dalle elezioni resta Alexis Tsipras, fondatore e leader del movimento Syriza, che espone chiaramente il pensiero suo, dei suoi compagni, dei suoi collaboratori e consiglieri nel “programma di Salonicco”, mostrando fermezza nei traguardi da raggiungere e lucidità nei mezzi alla base del loro raggiungimento.

Gli obiettivi principali sono due: la lotta alla povertà e il rilancio della crescita, entrambi perseguiti attraverso la negoziazione delle condizioni di credito accettate dal precedente governo e contenute in un Memorandum di intesa che l’aspirante premier ellenico ha intenzione di convertire. L’idea è quella di finanziare un Piano di Ricostruzione Nazionale da 12 miliardi di euro concentrato sulla realizzazione di quattro pilastri, tra i quali è compresa un’articolata ristrutturazione del sistema politico ottenibile attraverso l’introduzione di strumenti di democrazia diretta, l’abolizione dell’immunità parlamentare e una riorganizzazione in senso regionale dello Stato.
E proprio da questa decisione sono sorti i principali “fraintendimenti” che hanno portato la stampa europea di ispirazione conservatrice a parlare di un’uscita di Atene dall’Euro e dall’Unione Europea, cui sono seguite indiscrezioni provenienti da Berlino inerenti un benestare tedesco all’operazione e le rassicurazioni della Germania ai debitori greci riguardo il rispetto degli obblighi presi, alzando un polverone che ha costretto Tsipras e altri membri di Syriza ad ammettere l’irreversibilità dell’Euro nel tentativo di non spaventare l’elettorato moderato, tradendo in tal modo le aspettative degli elettori di riferimento provenienti dalla sinistra radicale. Altro effetto del fraintendimento degli intenti riformatori di un eventuale esecutivo targato Syriza è stato quello di allargare la campagna elettorale a temi, come l’introduzione degli Eurobond o di un New Deal europeo, fuori dalla portata di un esecutivo nazionale facendo regredire il dibattito politico greco alle elezioni dell’Europarlamento dello scorso maggio, dove Syriza prese il 26% dei punti distanziando ND (il partito dell’allora premier Samaras) di circa tre punti percentuali.

Marco Scaglione