Dal carbone di zucchero, quello che per tradizione la Befana porta nelle case dei bambini “cattivi”, al carbone reale, quello che inquina e distrugge l’ambiente, il passo è più breve di quanto s’immagini, almeno oggi.

Il rapporto del WWF sulla situazione italiana è molto chiaro e delinea in modo netto l’arretratezza del Belpaese in termini di fabbisogno energetico e utilizzo di fonti fossili. L’Italia dipende ancora troppo dal carbone, come fosse rimasta indietro di due secoli – o quasi – nel processo di rinnovamento della produzione di energia.

La percentuale di fabbisogno coperta dal carbone, nell’ultimo triennio, si è attestata infatti ancora ben oltre il 13%: gli impianti aperti in Italia, del resto, sono ancora numerosi, vecchi e poco efficienti. A tal proposito si pensi che, a parità di energia prodotta, il carbone inquina il 30% in più del petrolio e il 70% in più del gas naturale.

Un insegnamento che il governo italiano non sembra ancora aver recepito, tant’è vero che lo stesso WWF, per bocca di Mariagrazia Midulla, responsabile clima ed energia dell’associazione umanitaria, dichiara che “il governo merita un grosso sacco di carbone vero: in barba agli impegni dichiarati di non favorire l’uso del carbone, ha concluso l’anno con oscuri provvedimenti tesi a far eludere le norme ambientali e consentire la riapertura della centrale di Vado Ligure, posta sotto sequestro dalla magistratura che ha documentato i danni alla salute dell’impianto inquinante” .

Non solo questione di efficienza energetica, dunque: paradossale pensare che ci si trovi in un Paese ricco di potenziale in termini di solare, eolico, e numerose altre fonti pulite e rinnovabili. L’effetto del carbone è devastante non solo sull’ambiente ma, come facilmente intuibile, anche sulla salute umana: la stima del WWF per l’intero continente europeo dà modo di riflettere. Se venissero chiusi tutti gli impianti ancora alimentati a carbone, sarebbe possibile salvare 18 mila vite umane ogni anno, nonché 42 miliardi di euro di spese sanitarie.

Purtroppo, la miopia della governance ambientale è tuttora evidente sia a livello nazionale (chi ha mai sentito parlare del nostro ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti?), sia a livello comunitario, con la nuova Commissione guidata da Juncker che ha deciso di assumere, in merito, un atteggiamento quantomeno superficiale ed approssimativo.

Emanuele Tanzilli