In questi giorni staremo a vedere i commiati in dedica all’artista del suono napoletano, Pino Daniele; ma Eco & Narciso ci tiene a ricordare un’altra vittima d’infarto, colto in morte nella giornata di capodanno: Ulrich Beck, sociologo tedesco tra i più noti della fine del XX secolo.

Si considera che durante gli anni ’80, Beck fu coniatore del termine Risi­ko­ge­sell­schaft, tradotto nel concetto di studio prediletto della “Società del rischio”. Il saggio omonimo racconta la trasformazione del mondo moderno, la quale si forma sul piedistallo di un modello classista per poi divenire una seconda modernità, riflessa in politiche d’incertezza. Molti gli argomenti con cui soggioga le parole ad una nuova filosofia di rivelazione politica, aiutando ad intendere lo scenario di stravolgimento europeo attraverso fondamenti quali l’individualizzazione, il lavoro e la disparità dei generi.

Ulrich BeckSul vincolo della sopraffazione consumistica globalizzante, la società moderna nacque in ragione di concedere un nuovo stereotipo di benessere che fosse accessibile a tutti; e come ben sappiamo, attraverso i processi di industrializzazione, le classi sociali hanno raccolto un periodo di proficua sicurezza nel campo economico. Ma dopo i trattati che circoscrivono le regole dell’Unione europea, il relativismo storico ha decisamente congedato la serena stabilità trasportando il mercato in una crisi perenne –crisi economica, ma a cui risalgono motivi fondamentalmente etici da valutare.

Attraverso l’adempimento della scienza, come Beck scrive nel suo best seller, si è sproporzionatamente aumentata la veridicità di poter creare benefici tecnologici, a cui però seguono fattori di rischi notevoli, che hanno portato l’Europa nelle ultime pubblicità a riconsiderare lo stato di degrado del sistema ambientale, senza però poterne risolvere i disastri incondizionatamente rinvenuti.

Ogni classe sociale, chiamata così per mera distinzione tra i poteri forti e i cittadini, è spiegabilmente vittima di una forza provocata dall’eccesso di modernizzazione; questa, nuova struttura autenticamente assassina di ogni altro automa esistente. Allo stesso tempo, nel saggio “La società del rischio”, si pone riguardo soprattutto alla conseguente omologazione proletaria nell’individualizzazione: non esiste oramai il riconoscere l’appartenenza ad un ceto, e grazie al passivismo collettivo stabilizzatosi, i grandi uomini d’affari hanno centralizzato ogni potere politico e finanziario democratizzandone i patti.

La società del rischio” è quindi l’attualità che ci sommerge ai telegiornali attraverso l’estenuante dipendenza dai crolli e rialzi delle borse; ma soprattutto è la quotidianità di un’occupazione che tarda ad accogliere con calore tutti i giovani (e meno giovani), che sbattono le nocche delle mani su portoni in legno scippati, e sanguinano la povertà perché non hanno neanche gli occhi per piangere.

Lo abbiamo ricevuto tutti, il regalo del premier Renzi, che ha imballato in carta vetrata e pungente ciò che restava dei diritti dei lavoratori, legalizzando la precarizzazione e inducendo pochi precari speranzosi a tornare in un vicolo corto come tasselli sulle tavole del monopoli; riciclando uno sdegno verso gli impiegati pubblici per fondere nuovi slogan a questa deturpazione alla vita, in nome di flessibilità e merito, magari per lanciare la zappata di imminenti licenziamenti.

Ulrich Beck illumina di senso la condizione del rischio in cui oggi viviamo: provocata dal succitato immagazzinamento economico dei tecnici della finanza; e attraverso l’utopia d’indipendenza singolare che ha sbiadito le identità popolari negli stati, oltre alla grandiosa pratica della globalizzazione fine a sé stessa – la quale non genera la coesione di un mondo migliore per i figli dei figli dei nostri figli, ma si limita a regolare i piani strutturali di un sistema in atto a pompare il totalitarismo dell’economia.

Così Ulrich Beck sgrana il punto della prima epoca moderna, realizzando la seconda parte della realtà costruita nelle parentesi delle sedi parlamentari, lì dove il cittadino neanche ascolta la sua voce; il suo augurio era quello di smontare l’Europa che miete fiducia, supportando con la militanza la lontana idea del reddito di cittadinanza. Quasi come un simbolo: quello di voler riuscire ancora a credere che l’Europa non sia la coalizione monetaria, ma la cooperazione sociale per la salvaguardia dell’ambiente, la franchezza della riscoperta delle differenze tra uomo e donna ma con uguali meriti d’uguaglianza.

Certo è che la società del rischio continua a sopravvivere nell’inquietudine dell’instabilità, e questo meccanismo va trotterellando ricadendo sullo stesso ingranaggio, il pericolo, attraverso un paradosso da cui ancora non se ne scorge la soluzione:

“Nonostante il suo collasso, il neoliberismo è ancora in piedi: alternative reali non esistono. Quando si è dissolto il sistema comunista, il panorama era saturo di ogni sorta di ideologia democratica e neoliberale e di saperi antagonisti. Invece, oggi che è il neoliberismo a dissolversi, non esiste una vera e propria teoria o un sapere “maturo” che possa sostituirlo. Senza vere alternative, la crisi potrà riprodursi ancora e poi ancora. Sarà difficile uscirne senza un diverso modello.”

Alessandra Mincone

Fonti per la citazione: http://www.sbilanciamoci.info/Archivio/teoria-e-critica-economica/Ulrich-Beck-corpo-a-corpo-con-la-crisi-4492