Il 7 gennaio 2015 è una data che non dimenticheremo facilmente negli anni a venire, perché in questa data il mondo occidentale ha subito uno dei più potenti ed efficaci attacchi alla libertà di espressione.

Un attacco terribile ed inaspettato, che ha colpito la piccola redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, un giornale che non ha mai avuto paura di nessuno, facendo della satira un formidabile strumento di critica sociale, che non ha mai avuto riguardo per le istituzioni, fossero queste politiche o religiose. Dire tutto e farlo senza il timore di essere censurati, esprimere il proprio pensiero al di là di ogni convenzione sociale. Una rivista anticonformista capace di dare vita ad una satira caustica che più volte ha destato le ire dei benpensanti e dei soggetti di volta in volta presi di mira, che non ha mai voluto calare la testa di fronte alle innumerevoli pressioni esterne, perché per la sua redazione non sono mai contate le buone maniere, quanto la possibilità di parlare e di farlo liberamente.

La storia di Charlie Hebdo comincia nel 1960, quando il disegnatore François Cavanna e lo scrittore George Bernier (alias Professeur Choron) lanciano il “giornale stupido e cattivo” Hara-Kiri, un mensile che dovrà vedersela fin dalla sua nascita con due interdizioni di pubblicazione: la prima nel 1961 e la seconda nel 1966. Nel ’69 il mensile diventa settimanale e cambia nome in L’hebdo hara-kiri, ma anche questa volta l’esperienza viene interrotta bruscamente in breve tempo.

In occasione della morte del Generale Charles de Gaulle infatti il giornale titola “Tragico ballo a Colombey-un morto”, Colombey era il nome della residenza di de Gaulle, mentre il “tragico ballo” faceva riferimento ad un incendio avvenuto in una discoteca dieci giorni prima e che aveva provocato ben 146 morti. Il titolo non piacque a Raymond Marcelline, allora ministro degli Interni, il quale ordinò la cessazione delle pubblicazioni. Cavanna e i suoi tuttavia non furono spaventati dall’intervento del divieto governativo, e decisero di tornare a pubblicare il settimanale sotto un altro nome, Charlie Hebdo, con quel “Charlie” evidente omaggio a quei Peanuts del vignettista americano Charles M. Shulz, a cui Delfeil de Ton (uno dei fondatori) era fortemente legato, essendo stato il primo a pubblicarli in Francia nel “Charlie Mensuel” che aveva diretto per un anno. Così inizia un’incredibile avventura all’insegna della difesa della libertà di stampa e dei diritti civili. Nel 1981 si chiude la prima fase della vita dell’Hebdo, a causa degli scarsi introiti.

Viene rifondato nel 1992 ritrovando molte delle firme originali, grazie all’intervento di Philippe Val, Gebè, e Cubu che ne assumono la direzione, dando vita alla seconda ed attuale versione del Charlie Hebdo. Un giornale laico e libertario che ha spesso preso di mira le religioni e la religiosità, mettendone in luce e ridicolizzandone le contraddizioni e le debolezze. Un giornale che non fa sconti a nessuno: musulmani, cattolici, ebrei, buddisti, politici di centro-destra e di centro-sinistra. Un giornale abituato ad avere a che fare con la censura e con le minacce e la cui redazione fu nel 2011 distrutta da un incendio doloso.

Ed eccoci arrivati ad oggi, quando alle 11:30 la redazione subisce un terrificante assalto da parte di una banda di uomini incappucciati ed armati di kalasnikov che cancellano in poco più di un’ora buona parte del Charlie Hebdo, togliendo la vita a 12 persone tra cui il suo direttore Stephanne Charbonnier e tre importanti vignettisti: Cabu, Tignous e Georges Wolinski. Una tragedia che sconvolge il mondo occidentale, perché delle persone hanno perso la vita e l’hanno persa per il semplice fatto di aver voluto liberamente esprimere il proprio pensiero con le immagini e con le parole.

Reagire alla violenza e alle intimidazioni di chi vuole tappare la bocca ai liberi pensatori è un dovere di ognuno di noi, poter esprimere le nostre idee e ridere di tutto ciò che ci va è un nostro diritto. Ma attenzione a chi adesso lancerà la crociata contro l’islam, perché non è con l’intolleranza che l’intolleranza si combatte.

Antonio Sciuto