Il riconoscimento di Stato dato alla Palestina qualche settimana fa porta con sé le prime conseguenze che si basano sulla soggettività giuridica internazionalmente riconosciuta e che, com’era prevedibile, innescano una serie di conseguenze non immediatamente intelligibili nei loro sviluppi. Una di queste è sicuramente la possibilità, per la Palestina, di adire il tribunale penale internazionale affinché Israele venga condannata, sulla base di specifiche accuse, per crimini di guerra. Siamo quindi di fronte ad una trasformazione dell’attività ostile che per anni ha caratterizzato i turbolenti rapporti tra i due Stati in quanto la stessa si sposta dai sanguinosi campi di battaglia per approdare sull’inesplorato terreno della contesa legale che sicuramente porterà ad un rallentamento dei negoziati di pace.

Un capovolgimento di fronte inaspettato e inusuale, ma non per questo meno preoccupante. La Palestina infatti dal 1° aprile 2015 potrà accedere alla Corte penale europea e depositare, come già annunciato, denunce per crimini di guerra contro Israele. Infatti sono già pronte le accuse contro Israele contenute in due Dichiarazioni ad hoc che il governo palestinese ha già depositato all’Aja, contestualmente agli strumenti di ratifica dello Statuto di Roma del 2002. Le denunce, com’era prevedibile, si riferiscono a due episodi molto recenti e precisamente a due operazioni militari intraprese da Israele: le operazioni “Brother’s Keeper” e “Protective Edge”, relativamente alla caccia dei sequestratori e assassini dei tre ragazzi ebrei rapiti nel mese di giugno e il conseguente intervento militare di agosto.

L’ideatore di quest’audace mossa è il capo-negoziatore Saeb Erakat, collaboratore del presidente Abu Mazen, le cui intenzioni sono molto chiare e che si prefiggono di raggiungere una serie di obiettivi: identificazione dei singoli militari israeliani colpevoli di crimini di guerra per arrivare al vertice politico, nello specifico a Netanyahu; condanna dei colpevoli puniti con condanne carcerarie; paralisi dell’attività militare israeliana in Cisgiordania grazie ad un maggior timore da parte dei soldati di essere condannati per crimini di guerra; delegittimazione di Israele per sistematica violazione delle norme di diritto internazionale. Tutto ciò per costringere Israele a ritirarsi dai territori entro il 2017, così come richiesto dalla risoluzione araba presentata il 30 dicembre al Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Israele dal canto suo non è stata a guardare, ma anzi ha inoltrato anch’esso una serie di richieste rivolte al Tribunale internazionale ed aventi contenuto speculare a quelle della Palestina, in quanto mirano a far condannare lo Stato palestinese per crimini di guerra avendo siglato un governo di unità nazionale con Hamas, considerata dagli Stati Uniti, dall’Unione europea e da altri Paesi un’organizzazione terroristica; a far condannare Abu Mazen davanti ad un tribunale statunitense per complicità con Hamas nell’uccisione di cittadini israelo-americani; a far avviare un’inchiesta interna per appurare se vi siano stati episodi di violenza ingiustificata da parte dei soldati israeliani.

Si annuncia quindi una battaglia legale a tutto campo i cui soldati questa volta saranno gli avvocati delle opposte fazioni. Ma già ci sono i primi fuochi in attesa degli eventi: Israele ha infatti congelato il trasferimento all’Anp di circa 100 milioni di euro di dazi doganali per rappresaglia all’iniziativa del presidente palestinese Abu Mazen. Questa decisione è inoltre fortemente osteggiata dagli Usa come un ostacolo al raggiungimento di un accordo di pace tra Israele e Palestina. Diversi analisti hanno interpretato questa mossa della Palestina come un tentativo di guadagnare nuovo slancio politico al di fuori dei negoziati, cercando sponde internazionali per isolare Israele o costringerlo a cedere sul fronte dei negoziati stessi.

 

Francesco Romeo