L’approvvigionamento energetico rappresenta uno dei principali problemi che la nostra società è chiamata a risolvere nei prossimi anni.
Ovviamente, le problematiche non sono date unicamente dalle “quantità” di risorse disponibili ma anche dalle opportunità e dai riscontri negativi che le stesse offrono.
Le principali fonti attualmente in uso sono quelle fossili; andando oltre il petrolio, destinato ad un inevitabile esaurimento, la scena oggi è dominata, specie in Cina e nell’Europa orientale, dal carbone.

Il problema principale di questa fonte energetica è rappresentato dalle emissioni associate alla sua combustione, tra cui anidride carbonica ed altri inquinanti piuttosto pericolosi.
Per questo negli ultimi anni sono stati aumentati gli investimenti nella produzione di energia da fonti rinnovabili, anche nel nostro Paese.
Per pochi anni, l’Italia è stata terreno fertile per gli investitori di questo settore, grazie ai rendimenti elevati sugli investimenti garantiti dal Governo e originati dagli oneri imposti sulle bollette ai cittadini.

Anche qui però i problemi non mancano; le fonti rinnovabili pagano in discontinuità e in variabilità nella produzione di energia elettrica.
Si riduce così la possibilità di sfruttare a pieno queste risorse, anche a causa delle scarse possibilità di immagazzinare l’energia da esse originata.

I ricercatori sono quindi, da anni, alla ricerca di strade per migliorare le prestazioni dei processi di produzione di energia dalle fonti rinnovabili, ma anche per ridurre i danni ambientali causati dall’utilizzo del carbone come risorsa energetica.
Grazie ai ricercatori dell’ENEA (l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), oggi queste due rotte si stanno incrociando, con risultati che potrebbero risolvere quindi, in un solo progetto, i problemi riguardanti la produzione energetica e la sostenibilità ambientale della stessa.

La chiave di svolta sarebbe rappresentata dal processo di idrogassificazione del carbone; questa non è altro che una reazione esotermica (ovvero nella quale è prevista l’emissione di calore) favorita dalle alte pressioni.
I protagonisti del processo sono idrogeno e carbonio.
Il primo è ottenuto tramite elettrolisi, alimentata tramite l’energia elettrica generata dalle pale eoliche.
Il carbonio posto in reazione, invece, viene ovviamente dal carbone.
Il primo risultato della reazione è il metano, che, ad oggi, rappresenta ancora la principale risorsa utilizzata nelle centrali termoelettriche italiane.
A questo si aggiunge poi l’ossigeno, per il quale è possibile una successiva commercializzazione verso industrie impiegate nel siderurgico o nel settore chimico.

La base di questo filone di ricerca rappresenta quindi una potenziale svolta per l’Italia, da sempre carente quanto a risorse (e l’energia non fa eccezione).
Ma lo studio dei ricercatori dell’ENEA ha un altro importante fattore caratterizzante: è stato individuato nel Sulcis, una delle zone della Sardegna più ricche di carbone, il luogo ideale per avviare una sperimentazione in questo campo.

Il Sulcis vive da tempo una preoccupante crisi occupazionale, causata, tra le altre, dalla dismissione dell’impianto Alcoa di Portovesme, specializzato nella produzione di alluminio; le strutture di Portovesme, così come gli operai impiegati in Alcoa fino a pochi mesi fa, sono adatti allo sviluppo dei processi richiesti dalla idrogassificazione.

Siamo quindi in presenza di una regione ricca di carbone (anche se di bassa qualità), con le competenze e le strutture necessarie già presenti e, elemento da non sottovalutare, la ventosità ideale per l’installazione di pale eoliche.
Ovviamente il progetto è in divenire e richiede ancora diverse fasi di studio e sperimentazione, quindi risulta insensato dare adito a facili ottimismi.
Per ora, resta solo la consapevolezza di un’importantissima possibilità di svolta per il Paese (e per il Sulcis, in particolare) messa a disposizione dalle nostre migliori menti scientifiche.

Alessandro Mercuri