Le discussioni che stanno infiammando il mondo intero conseguentemente all’attentato presso la sede di Charlie Hebdo lo scorso 7 gennaio, si stanno aprendo un’ampia finestra nello stesso mondo del giornalismo. Forti dibattiti stanno investendo numerose redazioni riguardo l’eventualità di vedersi ristrette le possibilità di esercitare il diritto alla libertà di stampa su cui, secondo il parere di alcuni, incombe lo spettro dell’oscurantismo.

Il caso emblematico è quello della redazione inglese del network qatariota Al Jazeera, in cui si sta discutendo la necessità di pubblicare o meno ulteriore materiale satirico potenzialmente considerabile blasfemo da alcuni fedeli musulmani. Non si tratta, nello specifico, di contestare il diritto alla libertà di opinione, quanto piuttosto il modo in cui viene esercitato; questione che problematizza non poco la convivenza di giornalisti appartenenti a contesti culturali diversi e che diversamente stanno interpretando le retroazioni di un atto criminoso universalmente condannato.

La versione online di National Review, rivista repubblicana americana, ha diffuso le mail che riguardano il contenzioso tra i redattori londinesi di Al Jazeera. La miccia è stata accesa dal produttore esecutivo Salah-Aldeen Khadr, che invitava i corrispondenti da Parigi a sottolineare i rischi dello slogan “Je suis Charlie” ad essere declinato in forma ostile e a polarizzare la questione secondo la dialettica “con noi o contro di noi”.

I vignettisti sapevano che si esponevano a rischi per difendere principi che quasi nessuno contestava. Bisogna chiedersi se c’è davvero un attacco al popolo e alla cultura francese o se è stato preso di mira un bersaglio limitato reo di aver offeso un miliardo e mezzo di persone.

Secondo il produttore di Al Jazeera, si starebbe confondendo, in questo caso, il diritto alla libertà d’espressione con l’infantilismo del diritto ad offendere. La replica del reporter americano Tom Ackerman ha chiarito la linea di pensiero di molti dei redattori occidentali, secondo cui scegliere la via dell’autocensura significherebbe darla vinta al terrorismo.

A monte, la faccenda investe anche e soprattutto la deontologia e l’esercizio etico svolto dai giornalisti.
Secondo la cronista ex-Bbc Jackie Rowland, ora corrispondente Al Jazeera da Parigi, il lavoro del giornalista, anche nella sua declinazione satirica, non può mai essere considerato un crimine. Di pronta risposta è arrivato il parere di Omar Al Saleh, reporter di stanza nello Yemen, che riflette un pensiero diffuso secondo cui bisogna essere consapevoli del fatto che, insultando un miliardo e mezzo di persone, ci si espone al rischio delle reazioni di qualche folle: “Il giornalismo non è un crimine, ma l’insultismo non è giornalismo. E non fare giornalismo in modo corretto è un crimine.

Cristiano Capuano