Come ormai sembra essere chiarito dalle prime indiscrezioni e indagini sul caso, nella giornata di Domenica ad Hong Kong,  il milionario editore della casa editrice Next Media, Jimmy Lai è stato soggetto a due attentati con lancio di molotov, rispettivamente al cancello di casa sua e a una delle sedi della Next Media.

Gli attentati, che non hanno procurato grossi danni a cose e soprattutto a persone, sono gli ultimi atti di una sequela di azioni intimidatorie, tra cui lettere minatorie ed un’ascia conficcata sul parabrezza dell’auto di Lai, che ormai si ripetono da tempo.  Il segretario di giustizia di Hong Kong ha annunciato l’avvio di indagini per identificare gli aggressori e la natura delle intimidazioni; intanto dalle registrazioni degli edifici soggetti all’attacco, sono stati individuati due individui con volto mascherato a bordo di un auto utilizzata poi per la fuga e trovata il giorno dopo bruciata e senza targa.

Jimmi Lai si era dimesso il mese scorso dalla dirigenza della casa editrice Next Media, da lui stesso fondata e che pubblica il quotidiano Apple Daily, per motivi che lui stesso a teso sottolineare “eminentemente personali”; nei mesi scorsi era stato visibile protagonista delle lotte democratiche intentate dai gruppi  Umbrella Revolution e Occupy Central con l’occupazione delle maggior piazze di Hong Kong: Mong Kok, Admiralty e Causeway Bay.

Lai oltre a scendere fisicamente in piazza a sostegno della lotta per elezioni democratiche nel 2017, ha lautamente sostenuto i movimenti con diverse sovvenzioni, ciò gli ha valso l’attenzione di Pechino; arrestato nei mesi scorsi dopo l’ordinanza di sgombero delle piazze, ora rischia nuovamente il  carcere, in quanto le nuove disposizioni di Pechino sono quelle di arrestare tutti i capi della protesta e Lai sembrerebbe rientrare nell’operazione.

La resistenza pacifica ad Hong Kong  intanto sembra ormai volgere al termine, da una analisi compiuta dall’Università di Hong Kong la maggioranza della popolazione ormai è stanca dei disservizi generati per una situazione che non sembra smuoversi. Dall’altra parte l’alta Corte cinese sta rilasciando ingiunzioni a imprese private, affinché sgomberino i sit in; primo effetto delle disposizioni è stato lo sgombero totale del presidio di Mong Kok nonostante la resistenza di gruppi studenteschi, inutili poi i tentativi di recarsi a Pechino per avere un colloquio con le autorità centrali. Tutto ciò a portato, nella giornata del 2 Dicembre, i tre co-fondatori del movimento Occupy Central a chiedere di ritirarsi ai manifestanti.

Dario Salvatore