E’ di ieri la notizia secondo la quale il consigliere regionale ed ex parlamentare della Lega Nord Fabio Rainieri sarebbe stato condannato ad un anno e tre mesi di reclusione più un risarcimento di 150 mila euro per aver pubblicato sul proprio profilo Facebook una fotomontaggio con come protagonista l’allora ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge a cui fu apposto il volto di una scimmia.

Il capo d’accusa è quello di diffamazione, e molti si saranno chiesti se una pena del genere non fosse eccessiva per un fatto del genere facendo notare che le pene per la diffamazione in genere sono decisamente inferiori. In realtà se andiamo a spulciare l’articolo 595 del Codice Penale, ovvero la norma che regola la diffamazione, vediamo che la pena per il reato semplice è punito con la reclusione fino ad un anno o con una multa fino a 1032 euro, ma in caso di aggravanti le pene aumentano, arrivando ad un massimo di 3 anni, ed in questo caso l’aggravante è quello della discriminazione razziale.

Ma la vicenda lancia una riflessione anche tramite i modi in cui è avvenuta: è stata punita in modo grave una offesa lanciata tramite Facebook, che fino ad adesso è stato considerato un vero e proprio Far-West della diffamazione e dell’insulto in cui le notizie false si spargono incontrollate ovunque e il numero di insulti (troppo spesso a sfondo razzista, omofobo ed antisemita), minacce e cattiverie gratuite diffuse ogni giorno sul social network di Zuckerberg ha raggiunto da tempo livelli preoccupanti. E’ stato rimarcato il principio, già affermato in precedenti sentenze, secondo il quale Internet è un luogo pubblico e scrivere certe cose sulla propria bacheca equivale ad urlarle al centro della piazza del paese, anzi peggio, dato che stavolta le prove rimangono impresse e sotto gli occhi di tutti. Rimarrà un caso isolato o sarà l’inizio di una regolamentazione di quella piazza del libero insulto che è Internet?

Giacomo Sannino