Le dimissioni di Giorgio Napolitano sono arrivate, ora è ufficiale. Finisce il mandato dell’ormai soprannominato “Re Giorgio” (epiteto affibbiato dal New York Times con un chiaro riferimento a Re Giorgio VI d’Inghilterra per la sua «maestosa» difesa delle istituzioni democratiche italiane anche al di là delle strette prerogative presidenziali), il primo presidente della storia repubblicana a essere rieletto dopo il settennato. Stamattina la firma delle dimissioni.

Ma come valutare questi quasi 9 anni da arbitro politico d’Italia? Valutarlo positivamente o negativamente? Non spetta certo a noi dare un definitivo riscontro, perché una figura istituzionale e non politica che rappresenti tutti i cittadini ha il diritto di essere giudicata bene o male da ciascuno di noi secondo coscienza. Ma si può comunque provare a dare un’idea, a destare un ragionamento, in mezzo al coro di chi, anche in questo preciso momento sta già strumentalizzando in tv un punto di snodo della nostra storia repubblicana. Meglio il confronto e la riflessione che lo sguaiato attaccare a mani basse. Sempre.

Sì, perché Giorgio Napolitano, eletto il 10 maggio nel 2006 al quarto scrutinio con 553 preferenze, primo ex PCI a ricoprire la carica, che piaccia o no, è stato il presidente che ha cercato di far navigare il nostro paese nel bel mezzo delle altissime onde di tempesta della crisi economica, ben sette anni di impoverimento, di giovani senza lavoro, di imprese con le serrande abbassate, di cinque presidenti del governo sulle spalle, ma tutti con una parola d’ordine ben precisa: la stabilità istituzionale. Forte dell’idea che questa stabilità, (si vedano governo Monti e Letta-Renzi, figli di questa idea) la quale molti spesso pensano essere soltanto garanzia di posizioni di potere (e ammettiamo pure che qualcuno ne approfitta), sarebbe servita all’Italia per giocare un ruolo decisivo in quell’Europa che, non ce ne dimentichiamo mai, abbiamo accettato di provare a costruire assieme agli altri stati del continente e e che Giorgio Napolitano, già dall’adesione alle idee di Altiero Spinelli, lui, “migliorista” sempre a metà tra comunismo e apertura alla socialdemocrazia, ha sempre considerato faro del suo agire politico. «Nessuno stato europeo può illudersi di contare solo sulle sue forze». 

Certo, molti possono storcere il naso di fronte al sospetto venuto fuori pochi mesi fa, quando i giudici della Corte di Assise di Palermo lo hanno interrogato a Roma, che sapesse qualcosa o addirittura avesse potuto coprire qualcuno in quella brutta pagina di storia patria conosciuta come Trattativa Stato-Mafia. Il giudizio definitivo lo daranno i posteri, quel che si potrebbe però accettare è che un uomo politico esperto, pur tra sbagli e omissioni, tenda stringi stringi al bene comune origliando dalla porta di chi può avere contatti “chiacchierati”. Non per giustificazionismo, ma solo un poco per capire quale difficoltà abbia comportato il mantenere le briglie di una nazione, sciolte di fronte a quello scontro di poteri iniziato dal minuto immediatamente successivo alle sentenze del maxi-processo di Falcone e Borsellino e finito con la loro tragica morte. Che abbia saputo o no, resta comunque la persona che, nel suo ultimo discorso di fine anno dichiarava con fermezza: «Dobbiamo bonificare il sottosuolo marcio e corrosivo della nostra società». Parole a noi giovani, nette, sagge, purtroppo ancora non banali.

In uno Stato come il nostro in cui giustamente la politica è messa sotto i piedi, anche perché la moralità dei suoi cittadini lo è, innegabilmente, Napolitano ha rappresentato uno dei pochissimi fari a cui la maggioranza degli italiani ha dovuto aggrapparsi per credere ancora, o almeno averne l’illusione (che in democrazia è fondamentale), che le Istituzioni del nostro paese avessero conservato quel significato profondo e sostanziale affidato loro dall’Assemblea Costituente, forte del compromesso tra marxismo leggero, liberalismo e democrazia cattolica. E non staremo qui a snocciolare fatti e fatterelli, che la storia è un magazzino immenso e ognuno può prendere quello che gli pare. Chi si attiene al suo mandato avendo dato lustro all’agire politico, deve poter ricevere un suo plauso, nel bene e nel male delle azioni concrete.

Napolitano ha forse avuto una gran dote di merito: la fermezza e insieme la dolcezza di un padre nobile della nazione. Coloro che lo hanno sempre e legittimamente criticato, come i nuovi partiti populisti nati negli ultimi anni, hanno il difetto di apparire certe volte come piccoli bambini che promettendo bene e tanto, ad oggi ottengono solo il privilegio di un urlo, senza dare una direzione, senza saper indicare una strada. Ecco: come bimbi di fronte a un padre.

Con odio e con amore, padre (e re) Giorgio Napolitano.

 

Giancarlo Manzi