Cari lettori, benvenuti a questo nuovo appuntamento settimanale con “The economist corner”. Questa settimana parleremo di un argomento interessante citato alcuni minuti fa da Matteo Renzi: gli 80 euro.

Ho deciso di parlarne perché nessuno lo fa più e sembra una storia finita nel dimenticatoio.

Durante la direzione nazionale del Pd di oggi, il premier ha detto “Da quest’anno si vedranno gli effetti delle detrazioni in busta paga (bonus 80 euro ndr)”: è questa la forma del bonus dal 2015.

Mentre l’anno scorso è stato corrisposto per un totale di 640 euro (80 euro x 8 mesi), quest’anno sarà di 960 (80 x 12) trasformandosi da bonus, e quindi costo per le casse pubbliche, a minori entrate fiscali tramite detrazioni per tutti i redditi da 8.173 a 24.000 euro, andando a diminuire fino a zero per redditi da 26.001 in poi.

Pochi mesi dopo, durante l’approvazione della legge di stabilità, Ncd vinse una delle sue poche battaglie politiche da quando è nel governo chiedendo, ed ottenendo, un ulteriore bonus di 960 euro annui per tutte le famiglie con reddito non superiore a 25.000 euro ed un bambino nato dal 1 gennaio 2015 al 31 dicembre 2017 fino ai tre anni; la somma da percepire raddoppia (1920 euro) per le famiglie con reddito inferiore a 7.000 euro.  Il Presidente del Consiglio in un’intervista ad Rtl dopo il Consiglio dei Ministri del 24 dicembre promise che sarebbe stato esteso anche agli incapienti, ossia a tutti coloro che sono disoccupati, ma evidentemente si era lasciato trasportare dalla voglia di impacchettare regali tipica del periodo natalizio perché da allora non ne ha più parlato, né ha fatto qualcosa per mantenere la promessa.

Tutti ricorderanno la soap opera che si era scatenata durante l’approvazione del bonus 80 euro in busta paga per far sì che arrivasse ai dipendenti entro maggio e la lite fra il Presidente del Senato Grasso e Renzi, il quale aveva definito i tecnici del Senato “Gufi” perché avevano chiarito che non c’erano le coperture finanziarie per coprire l’esborso di 10 miliardi necessario.

Molti giornalisti e il movimento cinque stelle definirono gli 80 euro “una mancetta elettorale” e tutti li accusarono di malafede: evidentemente erano gufi anche loro. Però proviamo ad immaginare solo per un secondo se Berlusconi fosse stato nominato da Napolitano Presidente del Consiglio per un governo tecnico ed avesse promesso soldi agli Italiani proprio qualche mese prima delle elezioni europee come avremmo gridato al golpe e al voto di scambio. Ci saremmo sicuramente indignati soprattutto dopo aver saputo che per l’Istat il bonus non avrebbe prodotto effetti economici positivi degni di considerazione e lo si vede nei dati sui consumi che, stando ai dati Istat dell’ultimo trimestre 2014, sono aumentati solo dello 0,2% mentre tutti dicono “Questo sarà l’anno della ripresa” come ogni anno, da tre anni.

La cosa più bizzarra che si potesse dire commentando queste due riforme è “Chi ha sempre dato finora, finalmente comincia ad incassare. Questa è giustizia sociale”. Bellissimo slogan di Matteo Renzi a cui si può obiettare, ricordando che le detrazioni sono concesse in base al reddito personale e non a quello familiare, con qualche esempio:

1.  In una famiglia ci sono due dipendenti con redditi di 24.000 euro (reddito familiare 48.000) e ricevono detrazioni fiscali per 1920€ annui;

2. In un’alta ci sono un lavoratore con reddito di 26.001 euro ed una casalinga (reddito totale 26.001) e non percepiscono detrazioni fiscali;

3. In una famiglia ci sono un precario ed una casalinga ed hanno un reddito annuo di 8.000 euro. Ricevono 0 euro di detrazioni fiscali.

“Se questa è giustizia sociale”, direbbe qualcuno. 

Per quanto concerne il bonus bebè, invece, sarà maggiore per i redditi bassi ma non rappresenta l’idea di politica sociale ideale per lo sviluppo della natalità ideale, considerando che nel 2013 sono nati 515.000 bambini ed in molte città la denatalità (numero di morti superiori a quello di nascite) è una realtà consolidata (dati Istat).

Occorrerebbe ideare un nuovo modello di welfare, basato sul modello tedesco in cui, dopo un accordo tra associazioni di genitori, governo e produttori di beni e servizi per bambini, si decise che ogni comune dovesse accettare nella sua scuola tutti i nati con pesanti conseguenze in caso non accettasse anche una sola domanda. Ma in Italia preferiamo fare le cose in maniera più semplice: diamo 80 euro al mese o 160, mentre un asilo nido ne costa anche 300.

Per commenti e riflessioni vi aspetto qui @NandoPaciolla

Ferdinando Paciolla

 

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