Ai primi ticchettii del 2015 i festeggiamenti di buon augurio dei partenopei probabilmente hanno oscurato la scarcerazione di due uomini di camorra, i fratelli Ciro e Vincenzo Di Lauro, figli di Paolo Di Lauro, che negli anni ha originato “l’impero” d’illegalità con sede tra Secondigliano e Scampia, zone periferiche di Napoli. La loro colpa è stata scontata con circa nove anni di detenzione con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso.

Le polemiche sono subito cominciate, nella città dove la coerenza è fatta di contraddizioni. Il celebre Roberto Saviano – autore di due best seller tra cui Gomorra, da cui ne ha tratto l’omonimo film nonché la serie televisiva (idolatrata quanto pregiudicata) – scrive su Facebook, in merito al “silenzio stampa” sul rilascio dei camorristi, che trova ingiusto esser stato definito un diffamatore del suo territorio per aver denunciato le storture con cui cresce Napoli.

A replicare è il presidente della municipalità di Scampia Angelo Pisani: “Il Twitter e post dell’autore di Gomorra sono solo un grande spot ed opera di palese travisamento della realtà e di attacco gratuito e strumentale non alla camorra, ma a chi cerca ogni giorno e per strada di evidenziare anche il bene e le potenzialità di una area sfruttata sempre solo in negativo. Nessuno ha mai attaccato la denuncia vera di Saviano ma solo il “marketing” dannoso per chiedere uno sguardo a 360 gradi della realtà“. Pisani attacca ferocemente la provocazione dello scrittore circa l’impossibile iniziativa di “organizzare una fiaccolata” contro un clan che attualmente è nuovamente riunito nelle proprie abitazioni, dove già si starebbero ramificando i nuovi traffici illeciti legati allo spaccio di droga.

Attualmente il boss Paolo Di Lauro è condannato a ventinove anni di carcere mentre i figli Lorenzo e Cosimo Di Lauro, sono liberi dal 2014 avendo scontato anch’essi la loro pena. Nunzio, Antonio e Raffaele Di Lauro sono tutt’ora reclusi mentre all’appello carcerario manca solo Marco Di Lauro, superlatitante ricercato in tutto il territorio nazionale.

Il pericolo di nuovi scontri per il “controllo del territorio” con altre famiglie camorriste, la replica di altri conflitti sanguinosi sono sicuramente il terrore che potrebbe radicarsi ancora nella periferia di Napoli. E forse il giornalista napoletano, armato di penna e rabbia, non vorrebbe altro che la cooperazione sociale per evitare i grumi di omertà in cui molto spesso i partenopei si sono imbattuti in merito agli affari di camorra.

Sta di fatto che attacchi e strumentalizzazioni sono oramai all’ordine del giorno, per i cittadini napoletani: un pasto freddo che si ingurgita con l’abitudine e lo sdegno di non avere alternative sufficienti, per contrastare la criminalità organizzata. L’unica emancipazione sarebbe quella “culturale” con cui molte realtà territoriali cercano di riscattare i giovani. Tra queste c’è il gruppo “risveglio dal sonno” Gridas, l’associazione culturale che finanzia molteplici iniziative come cineforum e mobilitazioni. Insieme al centro Mammut, nato come luogo di aggregazione sociale che nel tempo ha ricevuto riconoscimenti importanti per l’integrazione, la ricerca metodologica e la formazione pubblica, riuscendo inoltre a sconfinarsi dalla piccola comunità periferica con pubblicazioni editoriali ed iniziative in più parti d’Italia.

D’altronde è con dei piccoli passi e molta dedizione che si riesce a costruire qualcosa di buono per un futuro migliore, e bisogna ricordare e rispettare le associazione che volontariamente e senza lucrare, cercano di valorizzare anche i territori più martoriati dalla malavita.

Alessandra Mincone